PILL n. 02– 2022

17/05/2022

1. Premessa

In data 6 maggio 2022 Banca d’Italia ha sottoposto a consultazione pubblica le modifiche al Regolamento della Banca d’Italia del 5 dicembre 2019 di attuazione degli articoli 4-undecies e 6, comma 1, lett. b) e c-bis), del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (“Regolamento”), con particolare riguardo alla Parte 2 in materia di governo societario, politiche di remunerazione e controlli interni nella prestazione di servizi e attività di investimento. La consultazione resterà aperta fino al 5 luglio p.v.

Le modifiche sono principalmente volte a dare attuazione alle nuove regole applicabili alle SIM e gruppi di SIM, introdotte dalla direttiva (UE) 2019/2034 (c.d. IFD) e dagli Orientamenti in materia di politiche di remunerazione (EBA/GL/2021/13) e di governo societario (EBA/GL/2021/14), adottati dall’EBA in consultazione con l’ESMA. In occasione dei sopramenzionati interventi, l’Autorità di Vigilanza ha altresì apportato limitate modifiche che interessano anche altre Parti del Regolamento, con riferimento alle disposizioni applicabili ai gestori, alle raccomandazioni EBA in materia di esternalizzazione a fornitori di servizi in cloud e, infine, alle disposizioni in materia di ESG.

2. Soggetti destinatari

La Consultazione è rivolta ai soggetti interessati da tali interventi normativi, ossia SIM, gruppi di SIM e società appartenenti a gruppi di SIM, SGR, SICAV e SICAF.

3. Principale contenuto degli interventi oggetto di consultazione

I principali interventi normativi riguardano, come già accennato, la Parte 2 del Regolamento rubricata “Governo Societario, remunerazione e controlli interni nella prestazione di servizi e attività di investimento”.

In primis, l’ambito di applicazione della Parte 2 del Regolamento è aggiornato alla luce della suddivisione delle imprese di investimento in 4 classi, in linea con il pacchetto IFD/IFR, con gli Orientamenti dell’EBA, nonché con le modifiche apportate al TUF dal decreto legislativo 5 novembre 2021, n. 201.

In particolare, in continuità con la disciplina vigente e alla luce del complessivo quadro legislativo europeo contenuto in IFD e MiFID2, si prevede che alcune norme della Parte 2 del Regolamento, in materia di requisiti generali di organizzazione, principi di governo societario, ruolo degli organi sociali e sistema dei controlli interni, si applichino sia alle SIM di classe 2 sia alle SIM di classe 3.

Altre disposizioni della Parte 2, ossia quelle in materia di politiche di remunerazione, di requisiti di indipendenza dei componenti degli organi  sociali, di istituzione dei comitati endo-consiliari e di procedure per la gestione dei conflitti di interesse relativi a operazioni con parti correlate,  si applicano solo alle SIM di classe 2, in coerenza con l’ambito di applicazione della IFD e degli Orientamenti attuativi dell’EBA. Inoltre, in linea con quanto stabilito dalla IFD, si prevede che le norme del Regolamento sulle politiche di remunerazione e sui comitati endo-consiliari si applichino solo alle SIM di classe 2 con attivo – in bilancio e fuori bilancio – pari o superiore a una certa soglia dimensionale (cc.dd. SIM significative).

Ciò posto, in materia di governo societario delle SIM, i principali interventi sul Regolamento hanno ad oggetto:

  • la definizione di “intermediario di maggiori dimensioni”, dalla quale vengono espunti i riferimenti sia alle SIM di classe 2 e di classe 3 appartenenti alla prima macrocategoria SREP sia alla quotazione su un mercato regolamentato italiano o estero. La modifica discende dall’opportunità di allinearsi alla IFD nella declinazione del principio di proporzionalità per le imprese di investimento;
  • la composizione degli organi sociali, con specifico riguardo ai requisiti di indipendenza dei componenti dell’organo di supervisione strategica: in conformità con gli Orientamenti congiunti di EBA ed ESMA sulla valutazione dell’idoneità dei membri dell’organo di gestione e del personale che riveste ruoli chiave, si prevede che: i) nelle SIM significative almeno un componente possieda i requisiti di indipendenza; ii) nelle SIM di classe 3 e nelle SIM di classe 2 non significative (e non quotate) può non esservi alcun componente indipendente, a condizione che ciò non comprometta il corretto funzionamento dell’organo. Si conferma, inoltre, la previsione secondo cui nelle SIM quotate (significative e non) – purché di classe 2 – il numero dei componenti indipendenti debba essere pari ad almeno un quarto del totale dei componenti dell’organo; la previsione dà infatti attuazione agli Orientamenti congiunti di EBA ed ESMA, che richiedono, in questo caso, la presenza di un sufficiente numero di componenti indipendenti;
  • in attuazione con quanto stabilito dalla IFD, l’istituzione dei comitati endo-consiliari è obbligatoria esclusivamente per le SIM significative, limitatamente ai comitati rischi e remunerazioni (quest’ultimo, peraltro, può essere istituito anche a livello di gruppo, mentre il comitato rischi deve essere necessariamente presente a livello individuale in tutte le SIM significative); l’istituzione del comitato nomine e di altri comitati non richiesti dalla normativa è invece interamente rimessa alla discrezionalità delle SIM.

In tema di gestione dei conflitti di interesse, è introdotto un nuovo Capo III nella Parte 2 del Regolamento. Le nuove norme danno attuazione all’articolo 88, paragrafo 1, commi 4 e 5, della CRD sulla documentazione di prestiti a parti correlate, che si applica anche alle SIM, incluse quelle di classe 3, in forza del rinvio operato dall’articolo 9 della MiFID2 e che è ulteriormente dettagliato nella Sezione 11.1 degli Orientamenti dell’EBA in materia di internal governance di attuazione della IFD (applicabile solo alle SIM di classe 2).

Questi ultimi richiedono, tra l’altro, la definizione di regole e procedure interne sul compimento di operazioni con parti correlate, da inserire all’interno della politica aziendale sulla gestione dei conflitti di interessi.

Le disposizioni del nuovo Capo III della Parte 2:

  • definiscono le parti correlate di una SIM;
  • disciplinano le informazioni sui prestiti concessi a parti correlate che le SIM devono essere in grado di fornire alla Banca d’Italia, su richiesta di quest’ultima;
  • richiedono alle SIM di dotarsi di procedure per l’identificazione e la gestione dei conflitti di interessi relativi a operazioni con parti correlate (anche ulteriori rispetto ai prestiti), che assicurino l’integrità e l’imparzialità dei processi decisionali attraverso – in particolare – la previsione di differenziazioni nell’iter deliberativo delle operazioni sulla base della loro tipologia, del loro controvalore, nonché della circostanza che esse siano concluse o meno a condizioni equivalenti a quelle di mercato o standard. In linea con gli Orientamenti dell’EBA in materia di internal governance di attuazione della IFD, viene quindi rimessa alla valutazione delle SIM la determinazione di soglie quantitative per l’individuazione di operazioni di maggiore rilevanza, nonché la definizione delle differenti procedure di approvazione o deliberazione delle operazioni stesse.

Con specifico riguardo alle SIM appartenenti a gruppi bancari, resta fermo quanto previsto dalla Parte Terza, Capitolo 11, della Circolare n. 285 della Banca d’Italia in materia di operazioni con parti correlate nell’ambito dei gruppi bancari.

In tema di politiche di remunerazione, Banca d’Italia, al fine di assicurare la piena attuazione della IFD e degli Orientamenti dell’EBA, ha eliminato il riferimento al rinvio – attualmente contenuto nell’articolo 17 del Regolamento – alle regole in materia di remunerazioni di cui alla Circolare della Banca d’Italia n. 285/2013. Tale rinvio viene sostituito da una specifica e autonoma disciplina per le SIM (applicabile, come detto, solo alle SIM di classe 2), che riprende in parte le previsioni applicabili alle banche, con alcune differenze volte a tenere conto del principio di proporzionalità.

Le principali novità riguardano:

  • la declinazione del principio di proporzionalità sulla base delle caratteristiche delle SIM. Sono infatti previste deroghe ad alcune regole di maggior dettaglio in materia di remunerazione variabile del personale più rilevante (i.e., pagamento di almeno il 50% in strumenti finanziari; differimento di almeno il 40-60% per un periodo di 3-5 anni; benefici pensionistici discrezionali) per le SIM le cui attività, in bilancio e fuori bilancio, siano pari o inferiori a una determinata soglia dimensionale. Al riguardo, viene esercitata la discrezionalità – concessa dall’articolo 32 della IFD – di fissare questa soglia a un livello più basso rispetto ai 100 milioni di euro previsti dalla direttiva: per le ragioni illustrate nell’Analisi di Impatto della Regolamentazione (AIR) si ritiene opportuno calibrare la soglia a 50 milioni di euro di attivo (in bilancio e fuori bilancio). Le SIM (di classe 2) al di sopra di questa soglia vengono qualificate come “SIM significative”, e in quanto tali tenute ad applicare le regole di maggior dettaglio in materia di remunerazione variabile e di istituzione dei comitati endo-consiliari (conformemente a quanto previsto dagli articoli 28 e 32 della IFD);
  • l’introduzione delle cc.dd. franchigie, che consistono nella possibilità di non assoggettare la componente variabile della remunerazione alle regole di maggior dettaglio in materia di differimento, pagamento in strumenti finanziari e benefici pensionistici discrezionali per il personale la cui remunerazione variabile annua non sia maggiore di 50.000 euro e non rappresenti più di 1/4 della remunerazione totale annua;
  • l’assenza di un limite quantitativo fissato in via normativa al rapporto tra la componente variabile e la componente fissa della remunerazione. Alle SIM viene, invece, richiesto di individuare nelle proprie politiche di remunerazione un limite a questo rapporto, che sia coerente con l’attività svolta e con i rischi associati. Si tratta di una semplificazione rispetto alla disciplina applicabile alle banche, che assicura tra l’altro parità di trattamento con il comparto del risparmio gestito;
  • la disciplina sugli strumenti finanziari utilizzabili per il pagamento di una parte della componente variabile della remunerazione. Alle SIM che non emettono azioni, strumenti collegati alle azioni, strumenti di AT1/T2 (o altri strumenti convertibili in CET1) e strumenti che replicano il valore dei portafogli gestiti si consente di utilizzare dispositivi alternativi che raggiungano i medesimi obiettivi, purché questi  dispositivi siano soggetti a meccanismi impliciti di correzione per il rischio e siano coerenti con l’obbligo di differire la remunerazione variabile e con l’applicazione dei meccanismi di correzione ex post (malus e clawback). Secondo quanto previsto dall’art. 32, paragrafo 1, punto (k), della IFD e dal paragrafo 267 degli Orientamenti EBA, l’utilizzo dei dispositivi alternativi da parte delle SIM è possibile previa autorizzazione della Banca d’Italia.
  • la neutralità delle politiche di remunerazione rispetto al genere del personale. Le previsioni recepiscono l’articolo 30, paragrafo 1, punto (b), della IFD, secondo cui le politiche di remunerazione delle IFs devono essere neutrali rispetto al genere. Al riguardo, il Regolamento di attuazione del TUF prevede un rinvio agli Orientamenti dell’EBA (paragrafi 23-27), che disciplinano nel dettaglio la mappatura di ruoli e responsabilità del personale e individuano una serie di elementi (non esaustivi) che possono rilevare ai fini della valutazione sulla neutralità delle politiche (con particolare riguardo al tema del “pari valore” delle attività svolte). Il Regolamento di attuazione del TUF stabilisce poi che all’assemblea venga fornita un’informativa chiara ed esaustiva circa le modalità con cui la politica di remunerazione assicura la neutralità di genere; è inoltre previsto che l’organo con funzione di supervisione strategica (con il supporto del comitato remunerazioni, ove istituito) proceda, nell’ambito del riesame periodico delle politiche di remunerazione, all’analisi della loro neutralità rispetto al genere e al monitoraggio del divario retributivo di genere (c.d. gender pay gap). Le SIM sono tenute a documentare le ragioni dell’eventuale divario ed intraprendono le opportune azioni correttive; qualora ritengano che queste non siano necessarie, le SIM devono essere in grado di dimostrare che il divario non dipende da politiche di remunerazioni non neutrali.

In un’ottica di razionalizzazione ed organicità della disciplina, Banca d’Italia ha altresì apportato limitate modifiche alle disposizioni applicabili ai gestori (Parte 4 del Regolamento e Allegato 2) per assicurare – in relazione ad alcuni profili – un opportuno allineamento tra la disciplina applicabile alle SIM a seguito del recepimento della IFD e quella applicabile ai gestori. Si tratta di disposizioni in materia di neutralità delle politiche di remunerazione rispetto al genere del personale e coerenza di tali politiche con gli obiettivi di finanza sostenibile. Inoltre, in tema di esternalizzazione, Il Regolamento viene modificato per eliminare il riferimento alle Raccomandazioni in materia di esternalizzazione a fornitori di servizi in cloud (abrogate dall’EBA e confluite negli Orientamenti dell’EBA in materia di esternalizzazione). Per i prestatori di servizi di investimento e i gestori resta fermo quanto previsto negli Orientamenti dell’ESMA in materia di esternalizzazione a fornitori di servizi cloud, già attuate dalla Banca d’Italia come Orientamenti di vigilanza nel 2021. Nello specifico è previsto un obbligo generale per gli intermediari di tenere un registro delle attività esternalizzate a fornitori di servizi in cloud, mentre per quanto concerne le SIM e ai gestori diversi da quelli sottosoglia si è previsto l’obbligo di inviare alla Banca d’Italia un’informativa preventiva. Un altro ambito oggetto di intervento è stato individuato a seguito di alcune richieste di chiarimenti da parte dell’industria e di Assirevi, che hanno spinto l’Autorità di Vigilanza ad apportare alcuni affinamenti alle disposizioni dell’articolo 23, comma 7, del Regolamento sull’obbligo per gli intermediari di assicurare che i soggetti incaricati della revisione legale dei conti redigano per l’esercizio di riferimento una relazione annuale, da trasmettere alla Banca d’Italia, che illustra i presidi adottati dagli intermediari per assicurare il rispetto delle norme in materia di deposito e sub-deposito.

Infine, per quanto concerne la disciplina europea in materia di ESG, Banca d’Italia ritiene di non apportare modifiche al Regolamento in questione in quanto l’impianto del Regolamento stesso in tema di governance e controlli interni già assicura l’allineamento con la disciplina europea poiché ai gestori di OICVM è richiesta l’applicazione delle disposizioni del regolamento 231/2013 che già incorporano i fattori e i rischi di sostenibilità.

Per prendere visione del documento in consultazione, cliccare qui.

PILL n. 01– 2022

21/02/2022

1. Premessa

A seguito di un lungo iter procedimentale, coronato dai pareri favorevoli dell’OAM e del Garante per la protezione dei dati personali, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (cfr. Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 40 del 17 febbraio 2022) il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, recante le modalità e la tempistica con cui i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale e i prestatori di servizi di portafoglio digitale sono tenuti a comunicare la propria operatività sul territorio nazionale.

Suddetto decreto (di seguito, “Decreto MEF”) è attuativo dell’art. 17-bis, comma 8-ter, del decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141, introdotto, unitamente al comma 8-bis, dall’art. 8, comma 1, del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90, nell’ambito del recepimento della IV direttiva
antiriciclaggio UE 2015/849, successivamente novellato dal decreto legislativo 4 ottobre 2019, n. 125.

In quest’ottica, con il comma 8-bis dell’art. 17-bis, è stata estesa ai prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale e ai prestatori di servizi di portafoglio digitale la disciplina dettata dal medesimo articolo per i cambiavalute, ivi compreso l’obbligo di iscrizione in una apposita sezione speciale del registro dei cambiavalute tenuto dall’OAM.

2. Soggetti destinatari del decreto

Il Decreto MEF identifica all’art. 2 i soggetti a cui è riferito, ovvero, i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale e i prestatori di servizi di portafoglio digitale. In sintesi, tutti i soggetti, persone fisiche e non, che erogano servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale su territorio italiano, anche solo tramite piattaforme on-line.

3. Principali contenuto del decreto

L’art. 3 dispone per i prestatori di servizi di valute virtuali l’obbligo di fare domanda di iscrizione alla sezione speciale del registro, ritenuta condizione necessaria per poter esercitare legalmente l’attività in territorio italiano, sia che svolgano l’attività di prestatori prima della data di avvio di predetta sezione speciale, sia che intendano avviare successivamente con l’erogazione dei servizi. Per i primi è previsto un termine di 60 giorni dalla data di avvio della sezione speciale del registro.

Fondamentale è la distinzione fra soggetti persone fisiche e soggetti non persone fisiche operata all’art. 3 comma 4. Qui si elencano le informazioni essenziali da comunicare nella domanda destinata all’OAM per le due distinte categorie. La trasmissione della comunicazione in via telematica avvia l’istruttoria presso l’OAM, che verifica la regolarità e la completezza della stessa e della correlata documentazione allegata e provvede entro 15 giorni dalla ricezione a disporre o negare l’iscrizione, eventualmente sospendendo l’iter nell’ipotesi di incompletezza dei dati o delle informazioni.

L’iscrizione è comunque subordinata al possesso degli stessi requisiti degli operatori che svolgono attività di cambiavalute ex art. 17 – bis, c. 2, D.lgs. 141/2010 (i.e. per i soggetti persone fisiche il domicilio nel territorio della Repubblica, per i soggetti diversi dalle persone fisiche la sede legale e amministrativa o, per i soggetti comunitari, la stabile organizzazione nel territorio della Repubblica).

Inoltre, il Decreto MEF prescrive, all’art. 5, per i suoi destinatari l’obbligo di trasmissione all’OAM dei dati relativi ai clienti e alle operazioni effettuate sul territorio nazionale con cadenza trimestrale (v. allegato 1 del decreto). L’OAM, di contro, deve provvedere a conservare in maniera idonea i dati per un periodo di dieci anni.

4. Annotazioni conclusive

I destinatari del Decreto MEF dovranno comunque attendere l’istituzione e l’avvio della gestione della sezione speciale del registro da parte dell’OAM prima di adempiere agli obblighi di comunicazione. Il Decreto MEF precisa che tale sezione speciale dovrà essere avviata entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto stesso, e che l’OAM adotterà entro 60 giorni (sempre dall’entrata in vigore del decreto) gli atti attuativi idonei a definire le misure tecniche per la comunicazione telematica di iscrizione al registro (fatta presso il portale on-line dell’OAM, previa registrazione secondo i criteri stabiliti negli atti attuativi) e di invio delle informazioni con carattere trimestrale (di cui all’articolo 5, comma 2, Decreto MEF).

PILL n. 01– 2021

22/03/2021

Con Delibera 21755 del 10 marzo 2021, recante modificazioni della disciplina di cui agli artt. 78 e seguenti del Regolamento Intermediari, la Consob ha attuato un’importante semplificazione alla normativa in materia di formazione e aggiornamento professionale del personale addetto a fornire informazioni o consulenza finanziaria ai risparmiatori.

Prima di passare alla disamina delle principali novità introdotte, appare utile illustrare brevemente il quadro normativo di riferimento nonché le vicende che hanno portato la Consob ad emanare la Delibera in oggetto.

La materia della Knowledge&Competence trova la sua fonte nella seguente normativa:

  • La Direttiva 2014/65/UE (c.d. MiFID II), la quale richiede che gli intermediari siano in grado di dimostrare alle Autorità – su richiesta – che le persone fisiche che per loro conto forniscono consulenza alla clientela in materia di investimenti o informazioni su strumenti finanziari, servizi di investimento o servizi accessori siano in possesso delle conoscenze e competenze necessarie in base ai criteri stabiliti dagli Stati membri.
  • Gli Orientamenti ESMA 2015/1886, che hanno disciplinato i criteri di valutazione con numerose indicazioni di principio e talune, limitate, precisazioni di dettaglio.

La corrispondente disciplina dettata dalla Consob, che ha tenuto conto degli Orientamenti, è contenuta dal Titolo IX della Parte II, del Libro III del Regolamento adottato con delibera Consob n. 20307, del 15 febbraio 2018 (“Regolamento Intermediari”).

A tal proposito, tenendo conto delle indicazioni emerse dalla prima esperienza applicativa della normativa – ove si è riscontrato che, in linea generale, gli intermediari si sono adeguati alla disciplina, ma hanno tuttavia evidenziato taluni aspetti di rigidità della regolamentazione – la Consob ha manifestato l’intenzione di avviare un processo di revisione della disciplina in esame1 . In data 23 luglio 2020, ha quindi posto in pubblica consultazione alcune modifiche al Titolo IX del Regolamento.

Ad esito della consultazione, terminata in data 21 settembre 2020, tenuto conto delle preferenze espresse dai rispondenti alla consultazione stessa2, nonché del parere preliminare formulato dal COMI – l’organismo consultivo istituito presso la Consob in rappresentanza della comunità finanziaria nazionale – la Commissione ha pubblicato la Delibera 21755; l’obiettivo, anche al fine di garantire un maggior allineamento agli Orientamenti dell’ESMA, è stato quello di consentire una maggiore flessibilità dei presidi organizzativi di ciascun intermediario, sulla scorta del principio di proporzionalità.

Ma vediamo nel dettaglio cosa sancisce il nuovo quadro normativo appena modificato.

La Delibera 21755 fa salve le precise indicazioni da seguire per l’accertamento iniziale del possesso degli idonei requisiti di conoscenza e competenza del personale.

A tal proposito:

  • sono stati chiariti alcuni termini utilizzati per garantire un maggior allineamento rispetto alle indicazioni fornite dagli Orientamenti ESMA;
  • l’esperienza professionale richiesta per prestare consulenza passa da 12 mesi a 9 mesi (v. art. 78 c. 1 lett. a-c);
  • in assenza di master post lauream l’esperienza professionale richiesta per fornire informazioni passa da 1 anno a 9 mesi e quella per prestare consulenza da 2 anni a 15 mesi (v. art. 78 lett. d);
  • l’esperienza professionale richiesta per fornire informazioni passa da 2 anni a 1 anno e quella per prestare consulenza da 4 anni a 2 anni (v art. 78 lett. e);
  • è stato precisato che l’esperienza professionale richiesta maturata nel decennio precedente l’inizio dell’attività deve essere effettuata sulla base dell’equivalente a tempo pieno.

La principale novità della disciplina – oggi interamente contenuta nell’art. 78, stante l’abrogazione dei successivi artt. 79-82 – consiste però nell’eliminazione dal testo regolamentare di alcune prescrizioni di dettaglio in materia di formazione e aggiornamento, rimettendo agli intermediari stessi la scelta delle modalità operative più idonee a consentire in concreto il rispetto degli standard previsti dalla normativa vigente; gli intermediari sono comunque tenuti a:

a) assicurare che i membri del personale addetti a fornire informazioni o a prestare la consulenza possiedano le conoscenze e le competenze indicate all’art. 78;
b) assicurare che i membri del personale privi dei requisiti di conoscenza e competenza di cui all’art. 78 possano operare unicamente sotto supervisione, in conformità con quanto previsto dal punto 20 degli Orientamenti AESFEM/2015/1886, per un periodo complessivo di durata massima pari a quattro anni;
c) adottare procedure e misure idonee a garantire l’applicazione dei punti da 14 a 20 degli Orientamenti AESFEM/2015/1886, differenziando le stesse in ragione della specifica attività svolta dal personale, in linea con il punto 13 dei citati Orientamenti;
d) dotarsi di procedure per garantire che la formazione e lo sviluppo professionale del personale tengano conto del tipo di servizio prestato, delle caratteristiche della clientela e dei prodotti di investimento offerti, come definiti al punto 4, lettera i), degli Orientamenti AESFEM/2015/1886. La revisione delle esigenze di sviluppo e formazione dei membri del personale può essere affidata dal datore di lavoro a soggetti terzi appositamente incaricati;
e) conservare per almeno cinque anni la documentazione relativa alle procedure e alle misure poste in essere ai sensi delle lettere c) e d) e all’effettiva applicazione delle stesse, nonché alle conoscenze e competenze del personale, al fine di consentire la valutazione e la verifica della conformità ai requisiti dettati dal presente articolo e dagli Orientamenti AESFEM/2015/1886;
f) rilasciare al membro del personale che ne faccia richiesta idonea attestazione sui periodi di esperienza acquisiti e sull’attività di formazione e di sviluppo professionale svolta.

Con l’aggiornamento normativo, inoltre, è stato previsto un set minimo di regole specifiche in tema di aggiornamento per i consulenti finanziari autonomi. Vengono, infine, mantenute alcune prescrizioni per la consulenza sui prodotti di investimento assicurativi.

Restano comunque fermi tutti i presidi in materia di conoscenza e competenza del personale previsti dalla normativa MiFID II, volti ad assicurare la tutela della clientela in materia di trasparenza delle informazioni.

Le modifiche regolamentari entrano in vigore a partire dal 31 marzo prossimo.

Stante l’autonomia riconosciuta agli intermediari, sarà necessario per gli stessi attivarsi al fine di dotarsi di idonee procedure che stabiliscano le modalità di formazione e sviluppo del personale, le quali dovranno senz’altro tenere conto della normativa vigente in materia e, in particolare, del servizio prestato, delle caratteristiche della clientela e dei prodotti di investimento offerti.

Appare in particolare opportuna l’approvazione di specifiche policy che definiscano motivate scelte in materia coerenti con le finalità della normativa di riferimento – in primis l’esigenza di servire al meglio l’interesse dei clienti – valorizzando la formazione nel continuo del personale addetto, anche attraverso la selezione di soggetti terzi di comprovata esperienza nella regolamentazione e nelle tecnicalità dei servizi di investimento e assicurativi.

Per consultare il Comunicato stampa della Consob, la Delibera e la nota illustrativa, cliccare qui.

    1. Al tal fine, la Consob ha svolto una valutazione comparativa delle esperienze di altri Stati membri, ovvero degli approcci adottati nel conformarsi agli Orientamenti. Si è inoltre tenuto conto delle sollecitazioni espresse dall’High-Level Forum on the Capital Markets Union, istituito dalla Commissione europea, nel report pubblicato in data 10 giugno 2020, contenente diciassette raccomandazioni rivolte alla Commissione europea volte a superare i maggiori ostacoli al completamento della Capital Markets Union e, in particolare, del contenuto della raccomandazione n. 13, dedicata alla distribuzione dei prodotti finanziari, alla prestazione del servizio di consulenza e alla disclosure.
    2. Tra cui: ABI, AIBE, AIFI, AIPB, ASCOFIND, ASSOGESTIONI, ASSORETI, ASSOSIM.

PILL n. 16 – 2020

07/12/2020

1. La gestione del rischio e la finanza sostenibile

In linea con l’evoluzione normativa in materia di finanza sostenibile e in osservanza dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e degli Obbiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU (Agenda 2030), l’EBA ha avviato in data 30 ottobre 2020 una consultazione volta ad analizzare l’implementazione dei rischi ESG all’interno del framework di adeguatezza degli intermediari. Il documento si colloca all’interno di un ampio contesto di riforme legislative, tra le quali il Regolamento (UE) 2019/2088 (SFDR – Sustainable Financial Disclosure Regulation) e il Regolamento (UE) 2020/852 (Regolamento Tassonomia), relativi, rispettivamente, all’informativa sulla sostenibilità degli investimenti e agli indici e ai criteri per la determinazione e classificazione di questi ultimi.

Il report EBA (DP/2020/03), sviluppato attraverso i mandati contenuti negli artt. 98(8) della CRD V e 35 dell’IFD1, è destinato agli istituti di credito e alle imprese di investimento che osservano le disposizioni della CRD e del CRR, in quanto ritenuti simili da un punto di vista del modello di business e dei profili di rischio. Le imprese di investimento che non gestiscono portafogli di crediti retail o corporate, sono caratterizzate da rischi, a loro volta influenzati dai fattori ESG in maniera differente.

In seguito alla definizione di fattori e rischi ESG, l’EBA ne analizza l’impatto all’interno delle strategie, dei processi di business e nella governance interna (incluso il Risk Management), proponendo tre differenti metodi di misurazione quali: i) il portfolio alignment; ii) il risk framework; iii) l’exposure method. La misurazione e l’integrazione dei rischi ESG nell’ambito della gestione aziendale è finalizzata al successivo monitoraggio e valutazione degli stessi nel processo di vigilanza prudenziale (SREP, Pillar III, etc.).

2. Rischi e fattori ESG: definizione e metodi di misurazione

Ai fini di una corretta identificazione della tematica, nel documento in parola è riportata una definizione uniforme dei fattori ESG quali “caratteristiche ambientali, sociali e di governance che possono avere un impatto positivo o negativo sulla performance finanziaria di un’entità, sovrana o individuale”. A loro volta, i rischi ESG si materializzano quando un fattore ESG, correlato all’istituzione o alle sue controparti, “ha un impatto negativo (di rilevanza finanziaria, ambientale e/o sociale) sulla performance o sulla solvibilità dell’istituzione stessa”.

I rischi ambientali nascono dall’esposizione verso controparti impattate negativamente dai cambiamenti climatici o da altre forme di degrado ambientale, in relazione a tre possibili canali di trasmissione: fisico (trasmissione diretta, eventi fisici acuti o cronici), di transizione (trasmissione indiretta) e di responsabilità (obbligazioni nei confronti di terzi, derivate dalle prime due modalità)2. I rischi sociali e di governance, di più difficile determinazione, riguardano rispettivamente tematiche sociali (diritti e interessi della comunità e dello Stato) e l’inclusione dei fattori stessi all’interno delle Policy e Procedure aziendali (e.g. codici di condotta, presidi AML, politiche di remunerazione).

Ai fini dell’implementazione di un framework sufficientemente robusto relativo ai rischi ESG, sono necessari indicatori qualitativi/quantitativi esplicativi (nel breve e nel lungo periodo) e valutazioni d’impatto sui modelli adottati dalle istituzioni per la loro gestione. Lo sviluppo di indicatori appositi, connessi al Regolamento (UE) 2020/852 (Regolamento Tassonomia), a principi/standards internazionali o etichette specifiche (e.g. green bonds o energy efficient mortgages), riscontra notevoli problematiche legate all’incertezza e insufficienza dei dati disponibili, alla non linearità dei fenomeni, oltre ai limiti metodologici e temporali, che ne rendono complessa la misurazione.

In considerazione degli ostacoli esposti, sono stati individuati tre approcci metodologici differenti ai fini della valutazione dei rischi ESG: distinti per impostazione e risultati e utilizzati in relazione al principio di proporzionalità. Brevemente: il portfolio alignment method raffronta il portafoglio dell’istituzione a un benchmark frutto dei target di sostenibilità globale; il risk framework method adotta un approccio guidato dal rischio secondo stress tests e sensitivity analysis di natura climatica; l’exposure method si focalizza sull’esposizione diretta ai fattori ESG a complemento di indicazioni puramente finanziarie.

3. Inclusione nel framework degli intermediari e considerazioni in materia prudenziale

L’inclusione dei rischi ESG all’interno del framework degli intermediari necessita di un approccio dinamico e forward – looking, da applicarsi in relazione alla strategia e ai processi di business, alla governance interna e al processo di Risk Management. All’interno di ognuno dei suddetti ambiti, l’EBA fornisce indicazioni degli aspetti di maggior rilievo ai fini di una corretta considerazione e monitoraggio dei rischi ESG.

L’attenzione alle tematiche ambientali, sociali deve concretizzarsi nella ricerca di un feedback costante dai clienti e dagli azionisti, monitorando al contempo la resilienza dell’azienda ai cambiamenti e l’aderenza della stessa agli obiettivi strategici definiti anche in relazione alle tematiche ESG. In materia di governance, la formazione riveste un ruolo chiave, predisponendo al contempo controlli interni adeguati e riadattando le politiche remunerative. I rischi ESG devono essere introdotti e ponderati all’interno del Risk Appetite Framework (RAF), predisponendone l’identificazione, misurazione e monitoraggio in connessione ai rischi tradizionalmente presenti nell’operatività degli intermediari bancari e delle società di investimento (credito, mercato, operativo, liquidità e finanziamento).

All’interno delle raccomandazioni dell’EBA sono inoltre evidenziati gli aspetti prudenziali connessi all’attività di supervisory review, che sarà progressivamente estesa alla valutazione della resilienza dell’intermediario nel lungo periodo ai rischi ESG e alla conseguente richiesta di eventuali requisiti patrimoniali aggiuntivi.

Per consultare il report EBA (DP/2020/03), cliccare qui.

    1. Art. 1(29)(d), Direttiva 2019/878/UE (CRD V), in modifica dell’art. 98 della Direttiva 2013/36/UE (CRD IV), avente ad oggetto la valutazione da parte dell’EBA della “potenziale inclusione nella revisione e nella valutazione effettuate dalle autorità competenti dei rischi ambientali, sociali e di governance […]”; art. 35, Direttiva 2019/2034/UE, “L’EBA elabora una relazione in merito all’introduzione di criteri tecnici per le esposizioni relative ad attività che sono sostanzialmente associate a obiettivi ambientali, sociali e di governace per il processo di revisione e valutazione prudenziale […]”.
    2. empeste ed inondazioni quali esempi di eventi fisici acuti, tipicamente dal carattere catastrofico. Gli eventi cronici si osservano invece nel lungo periodo, come l’innalzamento della temperatura o del livello dei mari. Il canale di transizione riguarda cambiamenti regolamentari politici e ambientali, tecnologici e comportamentali. Il canale di trasmissione inerente alle responsabilità consiste nella ricerca di compensazioni da parte di persone o aziende di fronte a perdite connesse ai fattori ESG.

PILL n. 15 – 2020

24/11/2020

1. L’Unione europea verso una finanza sostenibile

A partire dal 2015 alcuni Stati hanno sottoscritto accordi chiave per un futuro sostenibile: l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, firmato il 22 aprile 2016 e ratificato dall’Unione europea il 5 ottobre 2016. In tale ambito, l’Unione europea si è impegnata nella transizione verso modelli di crescita includenti tematiche ambientali; ciò ha portato al lancio del Piano d’Azione (marzo 2018) con l’obiettivo di finanziare la crescita sostenibile, di incrementare gli investimenti in progetti sostenibili e di promuovere l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (Environmental, Social and Governance – ESG).

In linea con i propositi enucleati nel menzionato Piano d’Azione, nel mese di maggio 2018, la Commissione europea ha pubblicato un pacchetto di proposte legislative volte a promuovere una “finanza sostenibile”. Da una di tali proposte ha avuto origine il Regolamento (UE) 2019/2088, pubblicato in data 9 dicembre 2019, relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (c.d. SFDR – Sustainable Finance Disclosure Regulation); tale regolamento è stato poi integrato e modificato dal Regolamento (UE) 2020/852, relativo all’istituzione di un quadro che favorisce gli investimenti sostenibili (c.d. Regolamento sulla Tassonomia). Quest’ultimo introduce, altresì, una disciplina per l’individuazione di criteri armonizzati che consentano di determinare, in maniera omogenea, il grado di sostenibilità degli investimenti1.

2. Il SFDR e il Regolamento sulla Tassonomia: i principali contenuti.

Il SFDR impone obblighi di informativa ESG al fine di armonizzare le regole a livello europeo, considerato che le differenze tra i vari Stati membri possono riflettersi negativamente sulla concorrenza e sulla comparabilità dei prodotti. Si fa riferimento, in particolare, all’informativa ESG sull’integrazione dei rischi di sostenibilità, sulla considerazione degli effetti negativi per la sostenibilità, sugli obiettivi di investimento sostenibile, ovvero sulla promozione delle caratteristiche ambientali o sociali, nel processo decisionale e nei processi di consulenza degli operatori. Infatti, seppur alcune direttive e taluni regolamenti europei assicurano una protezione già uniforme degli investitori finali (ad es. AIFMD, CRDIV/V, UCITS, CRR, MIFID II, MiFIR2) e facilitano l’accesso di questi ultimi a un’ampia gamma di prodotti finanziari, prevedendo nel contempo norme che consentono loro di prendere decisioni di investimento consapevoli, l’informativa richiesta dal SFDR agli operatori interviene per colmare alcuni aspetti di una normativa che si considera ancora insufficiente.

Il SFDR ha un ambito di applicazione ampio. Si rivolge a Partecipanti ai Mercati Finanziari ed ai Consulenti Finanziari; si tratta, in particolare, sia di compagnie di assicurazione che offrono prodotti di investimento assicurativo, di gestori di fondi di investimento alternativi, di enti creditizi che forniscono servizi di gestione di portafogli, di enti pensionistici aziendali o professionali, sia di intermediari e consulenti finanziari (ad es. intermediari assicurativi che forniscono consulenza su prodotti di investimento assicurativo, enti creditizi ed imprese di investimento che forniscono consulenza in materia di investimenti). Anche la categoria di prodotti oggetto del SFDR è ampia (tra gli altri, prodotti finanziari, prodotti di investimento assicurativo, fondi di investimento alternativo, prodotti pensionistici individuali paneuropei). In tale scenario, alle ESAs (European Supervisory Authorities) il regolamento affida il compito di sviluppare standard tecnici di regolamentazione sul contenuto, sulla metodologia e sulla presentazione delle informazioni in materia di ESG, a livello di soggetti e di prodotto3.

Il Regolamento sulla Tassonomia, che come detto modifica ed integra in parte il SFDR, stabilisce i criteri per determinare se un’attività economica possa considerarsi ecosostenibile, al fine di individuare il grado di ecosostenibilità di un investimento. Esso si applica: (i) alle misure adottate dagli Stati membri o dall’Unione europea che stabiliscono obblighi per i partecipanti ai mercati finanziari o gli emittenti in relazione a prodotti finanziari o obbligazioni societarie resi disponibili come ecosostenibili; (ii) ai partecipanti ai mercati finanziari che mettono a disposizione prodotti finanziari; (iii) alle imprese soggette all’obbligo di pubblicare una dichiarazione di carattere non finanziario o una dichiarazione consolidata di carattere non finanziario ai sensi, rispettivamente, dell’articolo 19 bis o dell’articolo 29 bis della direttiva 2013/34/UE.

La messa a disposizione di prodotti finanziari che perseguono obiettivi ecosostenibili – in aggiunta ai requisiti in materia di informativa imposti dal SFDR – può essere un altro metodo efficace di incanalare gli investimenti privati verso le attività sostenibili. Il Regolamento sulla Tassonomia fissa dei requisiti per commercializzare prodotti finanziari o obbligazioni societarie come investimenti ecosostenibili con l’obiettivo di aumentare la fiducia degli investitori e sensibilizzarli maggiormente agli impatti ambientali; infatti, in tale ambito l’assenza di criteri uniformi a livello di Unione europea aumenterebbe i costi e disincentiverebbe gli operatori economici dall’accedere ai mercati dei capitali transfrontalieri ai fini di investimenti sostenibili.

3. Osservazioni conclusive

Agli operatori soggetti al SFDR è richiesto di provvedere agli adempimenti ivi contemplati entro il 10 marzo 2021 – fermo restando che le previsioni normative che richiedono la pubblicazione di RTS da parte delle ESAs prevedono scadenze dilazionate nel tempo4 – mentre il Regolamento sulla Tassonomia prevede un’applicazione differita al 1° gennaio 2022 e al 1° gennaio 20235.

Nonostante ciò, nelle more della applicazione della normativa sopra riferita, merita di essere segnalato che la disciplina vigente già contiene indicazioni che si ritiene debbano essere considerate dagli operatori nella prestazione dei servizi di investimento. Si fa riferimento, in particolare, a: (i) la “valutazione di adeguatezza”, in quanto l’ESMA negli orientamenti ha riconosciuto come buona prassi la raccolta delle informazioni sugli obiettivi di investimento del cliente, acquisendo notizie anche in merito alle preferenze del cliente sui fattori ambientali, sociali e di governance; (ii) la “product governance” dove l’ESMA negli orientamenti precisa che un determinato prodotto può conseguire obiettivi di investimento specifici quali “la protezione della moneta”, “l’investimento verde” e “l’investimento etico”; (iii) le comunicazioni alla clientela, ad es. all’informativa precontrattuale che deve rappresentare le informazioni degli strumenti finanziari in modo corretto, chiaro e non fuorviante, nonché una descrizione generale della natura e dei rischi degli strumenti finanziari stessi; (iv) alle rendicontazioni relative ai prodotti e servizi qualificati come “etici” o “socialmente responsabili”6.

 

    1. Completa la disciplina il Regolamento (UE) 2019/2089 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 novembre 2019 che modifica il regolamento (UE) 2016/1011 per quanto riguarda gli indici di riferimento UE di transizione climatica, gli indici di riferimento UE allineati con l’accordo di Parigi e le comunicazioni relative alla sostenibilità per gli indici di riferimento. Anche la proposta di regolamento recante modifiche mirate e puntuali ai regolamenti delegati di attuazione della MIFID II e IDD per l’integrazione dei fattori ESG nell’ambito dell’informativa alla clientela e alla valutazione di adeguatezza, risulta in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. In parallelo, oltre alle misure sopra descritte, la Commissione europea ha valutato opportuno incorporare il riferimento a rischi e fattori di sostenibilità ESG nei processi e nelle decisioni degli operatori sottoposti alle normative UCITS, AIFMD, MiFID II, IDD e Solvency II. A tale proposito, l’ESMA, ha pubblicato il 30 aprile 2019 due technical advice, uno relativo all’integrazione della finanza sostenibile nella disciplina MiFID II sui servizi d’investimento, l’altro relativo al framework UCITS e a quello AIFM, funzionali alla modifica dei relativi atti delegati. Si rappresenta ancora che la Commissione europea ha richiesto a ciascuna delle tre ESAs di raccogliere evidenze ed elaborare un parere in tema di indebite pressioni del settore finanziario allo “short-termism” che potrebbero portare a trascurare la considerazione dei rischi e delle opportunità a lungo termine, tra cui quelli connessi ai cambiamenti climatici e ad altri fattori di sostenibilità. Al riguardo, l’ESMA ha pubblicato il suo parere nel quale fornisce alcune raccomandazioni iniziali di policy (si veda il Report “Undue short-term pressure on corporations” del 18 dicembre 2019).
    2. Più in dettaglio: AIFMD (direttiva 2011/61/UE); UCITS (direttiva 2009/65/CE); CRDIV (direttiva 2013/36/UE); CRR (Regolamento UE 575/2013); MiFID II 2014/65/UE; MiFIR (Regolamento UE 600/2014).
    3. Il Joint Consultation Paper delle ESAs su ESG disclosures del 23 aprile 2020 (“Draft regulatory technical standards with regard to the content, methodologies and presentation of disclosures pursuant to Article 2a, Article 4(6) and (7), Article 8(3), Article 9(5), Article 10(2) and Article 11(4) of Regulation (EU) 2019/2088”) prevede obblighi informativi sui principali effetti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità, regolando il contenuto dell’informazione e le modalità con cui deve essere resa. All’interno della consultazione sono stati predisposti sette progetti di norme tecniche di regolamentazione (RTS) sugli obblighi di disclosure per gli ESG, sei dei quali devono essere recapitati entro il 30 dicembre 2020 (2021 il rimanente). In particolare, il documento ha ad oggetto RTS: (i) sul contenuto, le metodologie e la presentazione delle informazioni sugli effetti negativi per la sostenibilità a livello di soggetto; (ii) per specificare i dettagli della presentazione e del contenuto delle informazioni sulla promozione delle caratteristiche ambientali o sociali nell’informativa precontrattuale e sui siti web; (iii) per specificare i dettagli della presentazione e del contenuto delle informazioni sugli investimenti sostenibili nelle informazioni precontrattuali e nelle relazioni periodiche.
    4. Il 1° gennaio 2022 per le regole su “Trasparenza della promozione delle caratteristiche ambientali o sociali e degli investimenti sostenibili nelle relazioni periodiche” (art. 11) e il 30 dicembre 2022 per le regole su “Trasparenza degli effetti negativi per la sostenibilità a livello di prodotto finanziario” (art. 7).
    5. In particolare, gli articoli 4, 5, 6 e 7 e l’articolo 8, paragrafi 1, 2 e 3 del Regolamento sulla Tassonomia, si applicano: a) in relazione agli obiettivi ambientali di cui all’articolo 9, lettere a) e b), a decorrere dal 1° gennaio 2022; b) in relazione agli obiettivi ambientali di cui all’articolo 9, lettere da c) a f), a decorrere dal 1° gennaio 2023.
    6. Per ogni approfondimento si veda il Richiamo di attenzione n. 1/20 del 12-3-2020 della Consob avente ad oggetto la “Prestazione di servizi di investimento e questioni ESG”.

PILL n. 14 – 2020

24/09/2020

Attuazione degli Orientamenti EBA in materia di esternalizzazione

Con il 34° aggiornamento della Circolare 285/2013, pubblicato il 23 settembre 2020, la Banca d’Italia ha dato attuazione, tra l’altro, agli Orientamenti dell’EBA in materia di outsourcing emanati dall’Autorità europea il 25 febbraio 2019.

Gli Orientamenti che mirano a stabilire un quadro armonizzato per gli accordi di outsourcing, si applicano alle banche, alle imprese di investimento, agli istituti di pagamento e agli istituti di moneta elettronica nonché alle stesse Autorità di vigilanza.

La modifica alla Circolare 285/2013 è entrata in vigore oggi, 24 settembre 2020, e le nuove regole in materia di outsourcing si applicano agli accordi di esternalizzazione conclusi, rinnovati o modificati a partire da tale data.

Fino al 31.12.2021 è previsto un regime transitorio nel corso del quale le banche sono chiamate a dare completa attuazione agli orientamenti, istituendo il registro delle attività esternalizzate e adeguando i contratti già esistenti alle nuove norme. L’esternalizzazione di funzioni essenziali o importanti afferenti attività bancarie o servizi di pagamento soggetti ad autorizzazione a fornitori di Paesi terzi possono essere effettuate in assenza di un accordo di cooperazione tra le autorità di vigilanza fino al 31.12.2021 (cfr. oltre). Le comunicazioni preventive sui progetti di esternalizzazione di funzioni operative importanti presentate prima dell’entrata in vigore del 34° aggiornamento, continuano ad essere processate secondo le precedenti regole.

Gli Orientamenti sono stati recepiti nella citata Circolare, in linea con quanto previsto nella comunicazione della Banca d’Italia del 17.7.2019, attraverso un rinvio integrale delle disposizioni di vigilanza agli stessi secondo lo schema degli “atti di natura normativa”, divenendo quindi
vincolati per i destinatari.

Una delle maggiori novità nell’attuazione degli Orientamenti è da identificarsi nel nuovo regime di informativa all’Autorità dell’esternalizzazione di funzioni aziendali essenziali o importanti che allinea la prassi nazionale a quelle degli altri Paesi europei.

In particolare, in linea con quanto previsto dagli Orientamenti EBA, le banche inviano all’Autorità di vigilanza una sintetica informativa (che deve contenere informazioni generali che le banche devono inserire nel registro delle esternalizzazioni), prima di avviare l’esternalizzazione, lasciando alle banche comunque la facoltà di avviare un confronto con la vigilanza per le esternalizzazioni più rilevanti e/o innovative. Decade quindi la facoltà per l’Autorità di avviare un procedimento di divieto nei 60 giorni successivi alla notifica.

I controlli sulle esternalizzazioni quindi vengono spostati nella fase on-going nell’ambito dello SREP e della vigilanza ispettiva che, in relazione alle novità introdotte dagli Orientamenti possono, in relazione alle previsioni contenute nei contratti, interessare direttamente anche i service provider.

Oltre a quanto sopra menzionato, tra le novità contenute negli Orientamenti vi sono l’obbligo di predisporre un registro delle attività esternalizzate, la valutazione del rischio di concentrazione relativo ai fornitori in tutte le fasi dell’esternalizzazione, l’obbligo di inserire nei contratti di esternalizzazione diritti di accesso e di audit anche da parte delle Autorità di vigilanza, sicurezza e integrità dei dati, strategie di uscita e continuità operativa. L’esternalizzazione a fornitori di servizi di Paesi terzi di attività bancarie o di servizi di pagamento soggetti ad autorizzazione è subordinata all’esistenza di accordi di cooperazione con le Autorità che vigilano su tali fornitori. E’ sempre ammessa infine, l’esternalizzazione delle funzioni aziendali di controllo al di fuori del gruppo.

Con l’occasione, la Banca d’Italia ha apportato alcuni affinamenti al capitolo sul sistema dei controlli interni al fine di assicurarne l’allineamento con gli Orientamenti EBA sulla Governance (EBA/GL/2017/11) concernenti il processo di approvazione di nuovi prodotti, il parere preventivo
del responsabile della funzione di controllo del rischio sulle operazioni di maggior rilievo, i sistemi interni di whistleblowing.

Rimangono da modificare la disciplina in materia di esternalizzazione applicabile alle SIM agli IP e agli IMEL al fine di recepire gli Orientamenti EBA.

PILL n. 13 – 2020

02/07/2020

Attività di rischio e conflitti di interessi nei confronti di soggetti collegati

Il 24 giugno scorso è stato pubblicato sul sito internet della Banca d’Italia l’aggiornamento n. 33 del 23 giugno 2020 alla Circolare della medesima Banca d’Italia n. 285 del 17 dicembre 2013, “Disposizioni di vigilanza per le banche” (“Circolare 285”), con cui si introduce nella Parte III di detta Circolare il nuovo Capitolo 11.

Tale capitolo riproduce con limitate modifiche la disciplina delle attività di rischio e dei conflitti d’interessi delle banche e dei gruppi bancari nei confronti di soggetti collegati emanata dalla Banca d’Italia in attuazione dell’art. 53, commi 4 e ss., del TUB e in precedenza contenuta nel Capitolo 5 del Titolo V nella Circolare Banca d’Italia n. 263 del 27 dicembre 2006, “Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche”.

Com’è noto, il citato art. 53 del TUB prevede tra l’altro, che, nell’ambito dei propri poteri di vigilanza regolamentare, la Banca d’Italia disciplini condizioni e limiti per l’assunzione, da parte delle banche o dei gruppi bancari, di attività di rischio nei confronti di coloro che possono esercitare, direttamente o indirettamente, un’influenza sulla gestione della banca o del gruppo bancario nonché dei soggetti a essi collegati, nonché i conflitti di interessi tra le banche e i soggetti sopra indicati in relazione ad altre tipologie di rapporti di natura economica. La norma in questione mira ad assicurare che l’attività delle banche sia mantenuta immune dai condizionamenti che potrebbero derivare, tra gli altri, da rapporti di immedesimazione organica, da legami partecipativi, contrattuali o di altra natura; condizionamenti ritenuti dal legislatore incompatibili con una sana e prudente gestione della banca stessa e con un’ottimale allocazione del risparmio raccolto presso il pubblico.

L’aggiornamento alla Circolare 285 – oltre ad integrare la disciplina secondaria di cui trattasi nelle Disposizioni di vigilanza – ha una duplice finalità: da un lato, adeguare la disciplina stessa alle modifiche apportate al TUB e all’introduzione del Regolamento (UE) n. 575/2013 (“CRR”) e, dall’altro, escludere, a determinate condizioni, le partecipazioni in imprese assicurative dall’applicazione dei limiti prudenziali alle attività di rischio delle banche verso soggetti collegati.

Più precisamente, ai sensi del par. 2 della Sezione II del nuovo Capitolo 11, sono escluse da tali limiti le partecipazioni “detenute [da una banca o da un gruppo bancario] in un’impresa di assicurazione, un’impresa di riassicurazione o società di partecipazione assicurativa in cui la banca o il gruppo bancario hanno un investimento significativo, se la banca (o il gruppo bancario) è stata autorizzata ai sensi dell’articolo 49, par. 1, CRR, a non dedurre gli strumenti di fondi propri detenuti in queste imprese, nonché le partecipazioni detenute in un’impresa di assicurazione, un’impresa di riassicurazione o una società di partecipazione assicurativa, per le quali la banca (o il gruppo bancario) non deduce le partecipazioni detenute in queste imprese ai sensi dell’articolo 471 CRR”.

La modifica tiene conto dell’evoluzione del trattamento prudenziale delle partecipazioni assicurative (c.d. “Danish compromise”) e rende coerenti i limiti prudenziali sopra richiamati con la disciplina delle partecipazioni infragruppo, poiché in entrambi i casi sono previsti gestione e controllo integrati dei rischi da parte della banca partecipante.

Come ben evidenziato dal par. 2 della Sezione I del Capitolo 11 in commento, la disciplina di cui trattasi va letta congiuntamente con le altre norme dell’ordinamento  volte a prevenire l’insorgenza e a presidiare adeguatamente i conflitti d’interessi nell’ambito dell’attività bancaria e finanziaria.

In quest’ottica, va anzitutto ricordato l’art. 136 (“Obbligazioni degli esponenti bancari”) del TUB, il quale, riprendendo ed ampliando quanto in precedenza stabilito dall’art. 38 della Legge Bancaria, prevede che – fermo il disposto dell’art. 2391 c.c. – l’esponente bancario non possa contrarre obbligazioni di qualsiasi natura o compiere atti di compravendita, direttamente o indirettamente, con la banca che amministra, dirige o controlla, se non previa unanime deliberazione dell’organo di amministrazione, assunta con l’astensione dell’esponente interessato e con il voto favorevole di tutti i componenti dell’organo di controllo.

Qualora la banca faccia ricorso al mercato del capitale di rischio (ossia, sia quotata o abbia emesso strumenti finanziari diffusi in modo rilevante presso il pubblico), rilevano inoltre ai fini che qui interessano l’articolo 2391-bis c.c. in materia di operazioni con parti correlate e il regolamento Consob n. 17221 del 12 marzo 2010, che vi ha dato attuazione.

A completamento di quanto precede, si segnala che l’aggiornamento della Circolare 285 in commento è entrato in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sul sito web della Banca d’Italia (cioè, il 25 giugno 2020) e che dalla stessa data deve ritenersi abrogato il sopra richiamato Capitolo 5 del Titolo V della Circolare n. 263.

Le banche devono applicare le nuove disposizioni al più tardi entro il 31 dicembre 2020. Le banche che intendono applicare le nuove disposizioni successivamente alla segnalazione riferita al 30 giugno 2020 ne devono dare comunicazione alla Banca d’Italia, indicando la data entro la quale intendono adeguarsi al nuovo regime. Fino al pieno adeguamento al nuovo regime, le banche continuano ad applicare quanto previsto dal Capitolo 5 del Titolo V della Circolare n. 263.

Documenti consultabili

Circolare n. 285 del 17 dicembre 2013, Aggiornamento n. 33 del 23 giugno 2020, consultabile qui.

PILL n. 12 – 2020

09/06/2020

La qualificazione soggettiva ai fini privacy degli Organismi di Vigilanza: alcune riflessioni alla luce del recente parere reso dal Garante per la protezione dei dati personali.

Lo scorso 12 maggio, il Garante per la protezione dei dati personali (il “Garante”) ha pubblicato un parere fornendo chiarimenti in merito alla qualificazione soggettiva dell’Organismo di Vigilanza (anche, “OdV”) ai fini privacy. Tale parere, sollecitato dall’Associazione dei Componenti degli Organismi di Vigilanza ex d.lgs. 231/2001 (l’“Associazione”), ha risolto la dibattuta questione che, nel tempo, aveva visto formarsi orientamenti di differente avviso – da un lato, chi individuava l’OdV quale titolare autonomo del trattamento ovvero responsabile, e chi, dall’altro, come sostenuto dall’Associazione stessa, mero soggetto autorizzato.

La disciplina in materia di protezione dei dati personali del Regolamento (UE) 2016/679 (“GDPR”), i cui principi sono stati recepiti nell’ambito ella normativa nazionale dal D.Lgs. 101/2018 che ha modificato il D.Lgs. 196/2003 (il “Codice Privacy”), individua e definisce, in linea di continuità con quanto previsto dalla disciplina precedente, le figure del “titolare del trattamento”1 e del “responsabile del trattamento”2. Il titolare è il soggetto sul quale ricadono le decisioni relative alle finalità e alle modalità del trattamento dei dati personali degli interessati e che, nell’ambito della predisposizione delle misure tecniche e organizzative e sotto il profilo della sicurezza, può ricorrere ad uno o più responsabili, individuati tra soggetti particolarmente qualificati per lo svolgimento di determinate attività di trattamento. Il responsabile, di conseguenza, è il soggetto che, agendo sulla base di finalità eterodeterminate dal titolare, e nell’interesse di quest’ultimo, svolge le attività attinenti al trattamento dei dati seguendo le istruzioni impartite dal titolare del trattamento.

Nel nostro Codice Privacy, oltre a titolare e responsabile del trattamento, era espressamente prevista una terza figura, quella dell’incaricato del trattamento3. Tale figura, ad oggi, non è stata di fatto esclusa dal GDPR, nell’ambito del quale si ritrova un generico riferimento a “persone autorizzate al trattamento dei dati personali sotto l’autorità diretta del titolare o del responsabile4. In applicazione della nuova impostazione di matrice europea, l’art.2-quaterdecies del Codice Privacy, come di recente modificato, riconosce al titolare, o al responsabile, la facoltà di prevedere “sotto la propria responsabilità e nell’ambito del proprio assetto organizzativo, che specifici compiti e funzioni connessi al trattamento dei dati personali siano attribuiti a persone fisiche, espressamente designate, che operano sotto la loro autorità”.

Nell’ambito del parere reso, il Garante chiarisce che l’Organismo di Vigilanza di una società deve essere individuato quale soggetto autorizzato al trattamento. Tale decisione si basa sulla considerazione secondo cui l’OdV, nel suo complesso, a prescindere dalla circostanza che i membri che lo compongano siano interni o esterni alla società vigilata, deve essere considerato
parte dell’ente titolare del trattamento.

A tale ultima considerazione, il Garante giunge attraverso l’analisi della figura dell’OdV, come definita nell’ambito della normativa di riferimento e la qualificazione ai fini privacy di quest’ultimo.

Come è noto, l’art. 6 del D.Lgs. 231/2001 prevede che le società, ai fini dell’esclusione della responsabilità da reati commessi nel proprio interesse o a proprio vantaggio da soggetti che ricoprono funzioni apicali o da soggetti a questi sottoposti, oltre all’adozione ed efficace applicazione di modelli organizzativi, istituiscano un Organismo di Vigilanza con il precipuo scopo di vigilare sulla corretta applicazione dei protocolli previsti nel predetto modello5. La norma non fornisce specifiche indicazioni con riguardo alle modalità di nomina e alla composizione dell’organo; pertanto, a seconda del modello organizzativo prescelto, ciascuna società potrà prevedere una composizione monocratica o plurisoggettiva, con la presenza di membri sia interni sia esterni all’ente medesimo.

Visto il ruolo ricoperto, l’OdV costituisce un organo che, pur se nominato dal Consiglio di Amministrazione, deve possedere i requisiti di indipendenza al fine di poter espletare i compiti di controllo allo stesso assegnati dalla norma, avendo accesso alle informazioni aziendali necessarie a tal fine. Il modello organizzativo adottato dall’ente vigilato deve, dunque, garantire tale indipendenza ed evitare l’originarsi di situazioni di conflitto di interessi, anche potenziali, con le figure di vertice. Inoltre, con il conferimento dell’incarico, il soggetto o i soggetti che ricoprono il ruolo di Organismo di Vigilanza assumono l’obbligo di, inter alia, (i) analizzare i flussi informativi da
parte dei soggetti destinatari dei protocolli di prevenzione previsti dal modello, nonché (ii) comunicare eventuali distorsioni nell’applicazione dei modelli organizzativi da parte dei destinatari all’organo amministrativo o dirigenziale dell’ente, senza però essere dotati di autonomi poteri disciplinari nei confronti degli autori degli illeciti. A tal fine, è il modello adottato dall’ente a dover prevedere specifici processi di comunicazione che permettano il corretto scambio di flussi informativi tra l’ente e l’OdV stesso.

Dall’analisi della figura e del ruolo dell’Organismo di Vigilanza, il Garante trae le proprie conclusioni in merito alla qualificazione ai fini privacy: nonostante il tratto distintivo della necessaria indipendenza dell’OdV, a parere del Garante, lo stesso non può essere considerato autonomo titolare del trattamento. I compiti di iniziativa e controllo propri dell’OdV non sono, difatti, determinati dall’organismo stesso, bensì, da un lato, dalla legge che ne indica i compiti e, dall’altro, dall’organo dirigente che nell’ambito del modello di organizzazione e gestione si cura di definire gli aspetti relativi al funzionamento, ivi inclusa l’attribuzione delle risorse, dei mezzi e delle misure di
sicurezza da rispettare nello svolgimento delle attività tipiche. Tale posizione si intende ricoperta dall’OdV nella sua collegialità, tuttavia, non si può prescindere dalla necessità di definire anche il ruolo che, in base alla disciplina in materia di protezione dei dati personali, deve essere previsto per i singoli membri che lo compongono, qualora lo stesso sia organo collegiale. Tali soggetti, in relazione al trattamento dei dati degli interessati di cui vengano a conoscenza nello svolgimento dei propri compiti, dovranno attenersi alle istruzioni impartite dal titolare, affinché il trattamento avvenga in conformità ai principi stabiliti dall’art. 5 del GDPR6. Il Titolare dovrà, a tal fine, curarsi di predisporre idonee misure tecniche e organizzative che sì garantiscano la protezione dei dati trattati, ma che, contestualmente, assicurino l’autonomia e l’indipendenza dell’OdV rispetto agli organi di gestione societaria secondo le modalità previste dalla normativa di riferimento.

Di conseguenza, gli Organismi di Vigilanza, e i membri che li compongono, devono ricevere, per l’esercizio del proprio incarico, le istruzioni operative ai sensi dell’art. 29 GDPR, e 2-quaterdecies del Codice Privacy come da ultimo modificato, affinché i dati di cui lo stesso venga a conoscenza nello svolgimento del proprio incarico – e qui si fa particolare riferimento al costante e necessario scambio di informazioni che intercorre tra Organismo di Vigilanza ed ente e viceversa – vengano trattati in conformità ai principi stabiliti dalla normativa privacy e alle politiche definite all’interno dell’ente. L’onere di fornire le suddette istruzioni nei confronti di ciascun componente dell’Organo di Vigilanza è quindi posto sull’ente, in qualità di titolare del trattamento.

Come esplicitamente riferito dallo stesso, il parere del Garante ha esclusivamente ad oggetto il ruolo assunto dagli Organismi di Vigilanza con riguardo alla gestione dei flussi informativi scambiati nell’ambito del ruolo di controllo interno svolto nei confronti dell’ente che lo ha nominato, e finalizzati al riconoscimento e alla gestione tempestiva dei rischi di reato a cui lo stesso risulta esposta.

Il Garante ha così posto al centro della propria analisi una sola delle funzioni che un Organismo di Vigilanza può essere chiamato a svolgere.

Ciò che non è stato analizzato nell’ambito del parere del Garante è la qualificazione a fini privacy del ruolo dell’OdV con riferimento alle segnalazioni di condotte illecite rilevanti o di violazioni del modello organizzativo adottato, del codice etico e delle procedure aziendali, in materia di whistleblowing7. Anche se la gestione delle segnalazioni in questione non è attribuita necessariamente all’OdV, ma la normativa rimette alla discrezionalità dell’ente la scelta di individuare in un soggetto diverso il destinatario di tali segnalazioni che avrà il compito di istruirle e adottare ogni conseguente provvedimento, la prassi di mercato mostra come le società che hanno nominato un Organismo di Vigilanza tendano in larga misura a coinvolgere l’OdV nella gestione o quantomeno nel processo informativo che deriva dalle segnalazioni.

Sul punto, in mancanza di un chiarimento esplicito, restano, ad oggi, ancora validi i diversi orientamenti interpretativi menzionati nel primo paragrafo.

 

  1. L’art. 4, n. 7 del GDPR definisce titolare del trattamento “la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che, singolarmente o insieme ad altri, determina le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali”.
  2. L’art. 4, n. 8 del GDPR definisce responsabile del trattamento “la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che tratta dati personali per conto del titolare del trattamento”.
  3. L’art. 30 del Codice Privacy, abrogato dall’art. 27, comma 1 lett. a) n.2 del D.Lgs. 101/2018, prevedeva “1. Le operazioni di trattamento possono essere effettuate solo da incaricati che operano sotto la diretta autorità del titolare o del responsabile, attenendosi alle istruzioni impartite La designazione è effettuata per iscritto e individua puntualmente l’ambito del trattamento consentito. 2. Si considera tale anche la documentata preposizione della persona fisica ad una unità per la quale è individuato, per iscritto, l’ambito del trattamento consentito agli addetti all’unità medesima.”
  4. Così si legge all’art. 4, n. 10 del GDPR, nell’ambito della definizione di “terzo: la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che non sia l’interessato, il titolare del trattamento, il responsabile del trattamento e le persone autorizzate al trattamento dei dati personali sotto l’autorità diretta del titolare o del responsabile”.
  5. L’art 6, comma 1, lett. a) e b) del D.Lgs. 231/2001 prevede “Se il reato è stato commesso dalle persone indicate nell’articolo 5, comma 1, lettera a), l’ente non risponde se prova che:
    a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
    b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo; […]”.
  6. L’art. 5 del GDPR elenca i principi applicabili al trattamento dei dati personali e specifica che è il titolare del trattamento competente a garantire il rispetto degli stessi.
  7. Così come previsto dall’art. 2-bis, 2-ter e 2-quater del D.Lgs. n. 231/2001, inseriti dalla legge 30 novembre 2017 n. 179.

PILL n. 11 – 2020

01/06/2020

Raccomandazione Consob n. 1/2020 del 7 maggio 2020 sulle modalità di adempimento dell’obbligo di rendicontazione ex-post dei costi e oneri – Osservazioni al Documento di Consultazione

  1. Introduzione.

La Consob ha pubblicato, in data 7 maggio 2020, la propria “Raccomandazione” concernente le modalità di adempimento dell’obbligo previsto dalla Direttiva 2014/65/UE (MiFID II), riguardante la rendicontazione ex-post dei costi e oneri connessi alla prestazione di servizi di investimento e accessori1 . La pubblica consultazione si è conclusa il 7 marzo 2020 ed ha condotto all’approvazione della
Raccomandazione.

Tanto premesso, ed in continuità con la nostra Pill n. 3 – 2020 (cui si rinvia per ogni approfondimento), si riportano nel seguito le più rilevanti valutazioni dell’Autorità fornite in risposta alle osservazioni dei partecipanti alla consultazione; le valutazioni dell’Autorità sono prevalentemente caratterizzate dall’obiettivo di promuovere una rendicontazione sui costi e oneri chiara e non fuorviante per il cliente e comparabile tra i diversi intermediari.

  1. Struttura e contenuto dell’informativa aggregata.

Modalità di redazione dell’informativa costi e oneri.

La Raccomandazione precisa che la rendicontazione dei costi e degli oneri dovrebbe essere resa alternativamente: (i) con un documento stand alone; oppure (ii) all’interno di un documento di contenuto più ampio, purché sempre chiaramente distinguibile.

In proposito, la Consob ha specificato che, nella prospettiva di assicurare la tutela dell’investitore e in coerenza con i principi generali indicati all’art. 36 del Regolamento Intermediari2 (secondo il quale le informazioni fornite ai clienti o potenziali clienti devono essere corrette, chiare e non fuorvianti), il documento utilizzato per fornire la rendicontazione dei costi e oneri sostenuti deve essere prontamente individuabile
come tale dal cliente, anche attraverso un’idonea specifica intitolazione. Secondo l’Autorità, peraltro, tale finalità può essere realizzata non solo con l’utilizzo di un documento stand alone, ma anche con un documento di contenuto più ampio. In proposito, tuttavia, al fine di evitare che le notizie ulteriori riportate dall’intermediario possano scoraggiare o rendere dispersiva la lettura, non consentendo di individuare con immediatezza le informazioni e i dati fondamentali, l’Autorità raccomanda di riportare la rendicontazione all’inizio del documento, con un’opportuna evidenziazione grafica3.

Utilizzo della tabella individuata dall’ESMA.

La Raccomandazione prevede che l’esposizione dei costi e oneri in forma aggregata dovrebbe essere effettuata attraverso l’impiego della nota tabella indicata dall’ESMA nel documento “Questions and Answers on MiFID II and MiFIR investor protection and intermediaries topics”, Sezione 9, “Information on Costs & Charges” Q&A n. 13. A tal proposito, l’Autorità ha specificato che l’utilizzo di detto format risulta essenziale al fine di facilitare la lettura da parte dei clienti in una prospettiva di armonizzazione in ambito europeo. Viene anche precisato che, come  evidenziato nella Q&A n. 25 del summenzionato documento dell’ESMA, al fine di assicurare la chiarezza e comprensibilità dell’informativa, nonché la comparabilità dei rendiconti anche predisposti da diversi operatori, gli intermediari sono espressamente invitati a fare uso della terminologia impiegata nel testo della MiFID II e nell’Allegato II del Regolamento Delegato 2017/565. Nel caso in cui venga impiegata una “terminologia commerciale”, precisa la Consob, gli intermediari sono altresì invitati a ricondurre la stessa, nell’ambito del glossario, a quella impiegata nel testo della MiFID II e nell’Allegato II del Regolamento Delegato 2017/565.

Separata evidenza dei costi e oneri impliciti.

La Raccomandazione prevede che l’intermediario debba identificare e includere nella rappresentazione dei costi anche quelli impliciti. In proposito, l’Autorità, richiamando il Considerando 79 del Regolamento Delegato (UE) n. 565/20174 precisa che l’onere implicito rappresenta una forma di remunerazione per l’intermediario/produttore non immediatamente percepibile dal cliente e che ciò nonostante può assumere un’indecenza significativa sul costo del prodotto: risulta opportuno, pertanto, al fine di assicurare la comprensibilità dell’informativa in questione, inserire nel “glossario” una definizione di “costi e oneri inclusi nel costo del prodotto”.

Illustrazione dell’importo netto e lordo dei rendimenti.

Secondo la Consob l’informazione sull’entità dei rendimenti lordi e netti riveste un’evidente utilità per il cliente; questa informazione risulta essere già stata inclusa da taluni intermediari nella rendicontazione dei costi e oneri sostenuti dai clienti nell’anno 2018 e, pertanto, l’Autorità ritiene che tale scelta possa essere assunta a best practice per il mercato. Nello specifico, la Consob precisa che: (i) il rendimento lordo, nell’ambito dell’informativa aggregata dovrebbe a sua volta essere un dato aggregato e non suddiviso sui singoli strumenti finanziari; (ii) il rendimento netto dovrebbe risultare depurato anche dall’impatto delle voci di natura fiscale effettivamente valorizzate nel rendiconto.

Inserimento oneri fiscali.

In merito all’indicazione separata delle voci relative alle imposte e tasse, la Consob ha ritenuto, all’esito della consultazione svolta e conformemente alle osservazioni di taluni partecipanti, che la separata evidenza degli oneri fiscali possa contribuire ad accrescere la valenza informativa della rendicontazione aggregata. Tale approccio favorisce, inoltre, una più agevole comparabilità della rendicontazione con documenti analoghi redatti nel contesto di differenti regimi fiscali. Pertanto, al fine di non incidere sulla sinteticità della tabella, si ritiene che la separata evidenza dei costi e oneri fiscali possa essere resa in calce alla medesima.

Modalità di invio della documentazione e presa visione da parte del cliente.

L’inserimento della documentazione nell’area web riservata ovvero l’invio della stessa nelle caselle di posta elettronica permettono, secondo la disciplina vigente, l’assolvimento da parte degli intermediari degli obblighi di informativa costi e oneri nei confronti della clientela, laddove sia stato espressamente concordato con il cliente a livello contrattuale l’utilizzo del canale on-line per la gestione del rapporto nell’ambito della prestazione di servizi di investimento, in conformità alle previsioni dell’art. 3 del Regolamento delegato (UE) 2017/565. In proposito, l’Autorità ha precisato che l’aggiunta di ulteriori modalità, per un verso, non appare compatibile con la ridetta disciplina per altro, non sembra in grado di assicurare una effettiva maggiore consapevolezza del cliente, potendosi risolvere in un adempimento di natura prettamente formale.

  1. La Raccomandazione è disponibile al seguente link: http://www.consob.it/documents/46180/46181/racc_20200507_01.pdf/a44eaf93-fb7b-47fb-8189- 8543fa03b6ce
  2. Cfr. Delibera Consob n. 20307 del 15 febbraio 2018.
  3. La Consob, inoltre, condivide la proposta di alcuni operatori – riferita, in particolare, ad una chiara denominazione del documento, alla presenza di un frontespizio o di un’apposita evidenziazione dell’informativa – ritenendola in sintonia con la ratio della normativa richiamata.
  4. “La divulgazione dei costi e degli oneri si basa sul principio che ogni differenza tra il prezzo di una posizione per l’impresa e il relativo prezzo per il cliente dovrebbe essere comunicata, incluse le maggiorazioni e i ribassi”.

PILL n. 10 – 2020

06/05/2020

Il Progetto Libra di Facebook: avviato il processo autorizzativo presso la FINMA

L’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari svizzera (FINMA), ha ricevuto, sulla base di un whitepaper aggiornato, un’istanza autorizzativa da parte della Libra Association, al fine di svolgere servizi di pagamento. Ciò segna, ai sensi del diritto svizzero, l’inizio del processo autorizzativo per l’ottenimento dello status di istituto di pagamento. L’esito e la durata della procedura rimangono al momento incerti.

Ricordiamo che l’ambizioso progetto della Libra Association – un consorzio di cui fanno parte, oltre a Facebook, decine di altri colossi del settore digitale e finanziario – era stato inizialmente lanciato nell’estate del 2019 ed aveva come finalità la costituzione di una criptovaluta globale ancorata ad un paniere composto da diverse valute aventi corso legale, quali il dollaro americano, l’euro, lo yen e altre valute fiat di paesi le cui
economie garantivano una certa stabilità economica.

Ora, con la nuova versione del whitepaper (v.2), il Progetto Libra assume nuove fattezze, diventando una piattaforma globale cui è possibile collegare diverse singole valute avente corso legale (in formato digitale) attraverso l’utilizzo di smart contract: nella nuova versione del white paper, vengono espressamente menzionati il dollaro americano, l’euro e la sterlina britannica.

Pertanto, il progetto iniziale verrebbe ridimensionato, sicché la criptovaluta Libra (LBR) svolgerebbe un ruolo solo sussidiario, come unità di conto, privilegiando, invece, il ruolo della piattaforma come circuito di pagamento volto ad integrare senza soluzione di continuità le valute digitali delle banche centrali (CBDC), man mano che diventeranno disponibili.

Presteremo grande attenzione all’evolversi del processo autorizzativo pressa la FINMA e del progetto Libra, nel suo complesso. Seguiranno, dunque, aggiornamenti sul tema, disponibili presso il nostro Sito Web e/o mediante il nostro profilo LinkedIn.

Documenti consultabili

La comunicazione della FINMA relativa al Progetto Libra è consultabile qui.

La nuova versione del white paper (v.2) di Libra è consultabile qui.