PILL n. 03–2024

17/01/2024

Rischi climatici e ambientali: risultati delle analisi sui piani d’azione delle banche Less Significant e degli intermediari non bancari

D. Di Martino, F. Di Maria

Premessa

All’indomani della pubblicazione, ad aprile 2022, delle Aspettative di Vigilanza (le “Aspettative”) volte a promuovere l’incorporazione della valutazione dei rischi climatici e ambientali (“rischi C&A”), la Banca d’Italia ha effettuato un’indagine tematica partecipando, con un campione di 21 banche Less Significant (“LSI”), alla thematic review della BCE e, contestualmente, somministrando un questionario di autovalutazione a un campione di n. 86 intermediari non bancari.

La ricognizione ha evidenziato, al netto di alcune positive eccezioni, un basso grado di allineamento del campione osservato alle Aspettative di Vigilanza ma, al contempo, una crescente consapevolezza dell’importanza che la tematica riveste per la sostenibilità prospettica dei modelli di business.

In esito all’indagine condotta sulle LSI, il 24 novembre 2022 la Banca d’Italia ha pubblicato sul proprio sito internet una comunicazione al sistema delle LSI e un report – inclusivo di un compendio di “buone prassi” – per riepilogare le principali evidenze della thematic review. In tale occasione, a tutte le LSI è stato richiesto di adottare appropriati piani di azione volti a definire, per il triennio 2023-2025, un percorso di progressiva integrazione dei rischi C&A nella operatività aziendale, in linea con le Aspettative di Vigilanza. Gli intermediari coinvolti nella rilevazione hanno quindi trasmesso i relativi piani entro il 31 gennaio 2023, mentre le restanti LSI entro il 31 marzo 2023.

Inoltre, con comunicazione del 27 dicembre 2022, pubblicata il 10 gennaio 2023, la Banca d’Italia ha altresì condiviso con l’industria finanziaria le risultanze della thematic review condotta sugli intermediari non bancari, chiedendo agli stessi di trasmettere, entro il 31 marzo 2023, un piano di azione in cui rappresentare gli interventi programmati per garantire un graduale allineamento delle prassi aziendali alle Aspettative di Vigilanza entro il 2025. Anche questi piani sono stati trasmessi entro il 31 marzo 2023.

Le risultanze delle analisi condotte sui Piani delle LSI e degli intermediari non finanziari sono state condivise durante due tavole rotonde organizzate rispettivamente con il settore bancario e con l’ABI (7 settembre 2023) e con il settore finanziario e le associazioni di categoria (8 settembre 2023).

Le risultanze sono state quindi pubblicate, in data 28 dicembre 2023, sul sito internet dell’Autorità. In particolare, sono stati pubblicati i seguenti documenti:

  • “Piani d’azione sull’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei processi aziendali delle LSI: principali evidenze e buone prassi”
  • “Piani d’azione degli intermediari non bancari in merito all’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei processi aziendali: principali evidenze e buone prassi”
  • “Impatti contabili dei rischi climatici e ricognizione delle disclosure ESG. Prime evidenze sulle banche italiane”.

Nel prosieguo verranno analizzati i contenuti dei documenti.

1. Piani d’azione sull’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei processi aziendali delle LSI: principali evidenze e buone prassi.

Le analisi hanno permesso di osservare come, nonostante i progressi dell’ultimo anno, le LSI continuano ad esprimere un livello complessivamente basso di allineamento alle Aspettative di Vigilanza, in quanto l’attuazione della maggior parte delle progettualità sul tema ESG deve essere ancora avviato o è in una fase preliminare. In linea generale, nei piani di azione, sono censite iniziative volte a realizzare gran parte dei fattori abilitanti individuati nelle Aspettative, con la definizione di livelli di priorità coerenti. Tuttavia, in quasi nessun piano risultano indicate le risorse umane e gli investimenti necessari per l’attuazione delle misure programmate.

Con riferimento alle singole aree, il documento evidenzia diversi elementi di incertezza. In particolare:

Governance e organizzazione: quasi tutte le LSI hanno incluso i rischi C&A nello spettro delle competenze e responsabilità degli Organi sociali e gli interventi organizzativi sono in una fase di sviluppo promettente. Sono stati invece ravvisati elementi di incertezza nella ridefinizione del perimetro delle attività delle funzioni di controllo, nonché nell’integrazione, ancora in una fase iniziale, dei fattori ESG nelle politiche di remunerazione (con definizione di KPI) e nel sistema di reporting agli organi sociali.

Modello di business e strategia: le banche convergono nel considerare la riqualificazione dell’offerta commerciale con prodotti e servizi “green” ma nella maggior parte dei casi le iniziative previste non hanno ancora raggiunto un sufficiente livello di concretezza e non sono associate all’individuazione di KPI connessi ad obiettivi di sostenibilità. Inoltre, risulta contenuto il numero di LSI che ha formalizzato un piano di Net-zero emission con obiettivi di lungo termine.

Basi dati e sistema di gestione dei rischi: risultano ancora assenti o generiche le iniziative volte a definire efficaci presidi per acquisire piena consapevolezza sugli score ESG delle controparti elaborati dai data providers esterni . Inoltre, non sono adeguatamente documentati nei piani i fabbisogni informativi e le necessità di sviluppo informatico, gli obiettivi intermedi e le fattibilità degli interventi di adeguamento necessari. L’inclusione di Key Risk Indicators (KRI) nei Risk Appetite Framework (RAF) aziendali è ancora poco diffusa. Le analisi di materialità sono per lo più di natura qualitativa e basate in prima battuta sul rischio di credito. Si osservano, inoltre, tempistiche eccessivamente lunghe con riferimento all’inclusione dei fattori C&A nei processi creditizi (concessione, monitoraggio, valutazione delle garanzie). Il profilo della liquidità è poco attenzionato e l’integrazione dei documenti ICAAP, ILAAP e del RAF continua ad essere in uno stadio preliminare.

Disclosure: le iniziative finalizzare a comunicare al mercato le modalità di integrazione dei drivers di sostenibilità nella strategia aziendale, nell’organizzazione interna e nei meccanismi di gestione del rischio non hanno evidenziato particolari carenze.

Come già accennato, il documento espone le “buone prassi”, aggiornando e integrando quelle già contenute nel report sull’indagine tematica del 2022. Si analizzano di seguito le nuove prassi individuate:

Percorsi di formazione e supporto alla transizione della clientela

Dovrebbero essere attivati percorsi formativi a beneficio delle aziende clienti, con l’obiettivo di sensibilizzarle sulle tematiche ESG e di offrire supporto e accompagnamento nel percorso di transizione.

Attività delle funzioni di controllo

I Piani dovrebbero prevedere un ampliamento delle responsabilità delle funzioni di controllo e un’integrazione dei relativi piani annuali di attività con verifiche ad hoc sui rischi C&A (ad esempio le verifiche dovrebbero avere ad oggetto il grado di allineamento al SFDR, la coerenza tra il profilo MiFID del cliente e i prodotti offerti, l’adeguatezza delle politiche di remunerazione ai rischi e fattori ESG)

Inclusione di fattori ESG nel riconoscimento della remunerazione variabile

Le Policy di remunerazione per l'anno 2023 dovrebbero includere obiettivi di sostenibilità quantitativi per i Vertici esecutivi e i risk takers, con pesi differenziati in base ai beneficiari e in coerenza con i Key Performance Indicators (KPI) definiti nei Piani strategici (es. indicatori da utilizzare: riduzione delle emissioni di CO2 della banca; attivazione di prodotti green; ottenimento della certificazione ambientale ISO 14001;
ecc.).

Soluzioni organizzative e/o di processo in grado di agire positivamente sul grado di efficienze energetica dell’intermediario

Le LSI dovrebbero comunicare esternamente le iniziative sostenibili e formalizzare internamente, nell’ambito delle policy, le linee guida tese a misurare e mitigare l'impatto ambientale. Ad esempio, dovrebbero essere svolte valutazioni secondo il Green House GHG Protocol (Scope 1, 2 e 3), interventi compensativi come la riqualificazione di parchi nelle aree operative delle LSI, l'orientamento al green procurement con una classificazione ESG dei fornitori, l'implementazione di una policy sulla mobilità aziendale, volta a proporre nuovi stili di vita e di trasporto, incoraggiamento di un orientamento paperless, impiego di energie rinnovazioni e interventi di efficientamento energetico nelle sedi e filiali.

Formalizzazione di un piano di Net-zero emissions

Le LSI dovrebbero formalizzare un piano di Net-zero emissions, con l'adesione a iniziative internazionali come la Net Zero Banking Alliance. L'obiettivo è costruire un portafoglio a zero emissioni nette entro il 2050, inclusa l'implementazione di misure di compensazione. In tale contesto, dovrebbero essere definiti target di breve, medio e lungo periodo per le emissioni nei settori chiave, come le automotive, con un monitoraggio periodico delle emissioni finanziate e dei target Net Zero, affinando la metodologia di misurazione nel tempo (es. semestrale).

Piani di sviluppo sostenibile

Le LSI dovrebbero prevedere l’approvazione di un piano di sviluppo sostenibile come documento autonomo, al fine di integrare tematiche ESG nella gestione dei rischi, specialmente nelle politiche di concessione del credito, comprese le condizioni di pricing. Ad esempio, è possibile definire gli obiettivi del piano facendo riferimento alla metodologia Benefit Impact Assessment (BIA). I piani dovrebbero essere costantemente monitorati, anche attraverso un aggiornamento del punteggio BIA, e presentati al Comitato Endoconsiliare per la Responsabilità Sociale. Alcuni obiettivi del piano potrebbero essere inclusi nel sistema incentivante per manager e dipendenti.

Processo di pianificazione strategica

Le LSI dovrebbero prevedere un aggiornamento del Regolamento del processo strategico con l'inclusione di obiettivi di sostenibilità ambientale (KPI) derivanti dalle analisi di materialità. Nella valutazione delle iniziative da intraprendere dovrebbero essere seguite due direttive: una "diretta" focalizzata sull'organizzazione e le attività operative, e una "indiretta" relativa all'offerta di prodotti e servizi bancari e di investimento. Questa autovalutazione dovrebbe orientare la creazione di una "Policy ESG", la formazione di gruppi di lavoro dedicati alle tematiche ESG e l'aggiornamento dei principali processi e policy aziendali.

Indicatori quantitativi di performance (KPI)

È necessario integrare nei piani industriali e nelle politiche di remunerazione obiettivi quantitativi ESG, quali ad esempio: riduzione dell’impronta carbonica dell’azienda, anche nell’ottica di azzeramento delle emissioni; ritorno sociale dell’investimento; ammontare di emissioni di gas-serra finanziate; ecc.

Presidi volti a tutelare l’accuratezza dei dati forniti da providers esterni

Dovrebbe essere definito un approccio strutturato e documentato per valutare l'esposizione ai rischi C&A, pur tenendo conto degli attuali data gap. A titolo esemplificativo, potrebbe essere adottato l'approccio definito dall'IPCC, considerando pericolosità, esposizione e vulnerabilità come driver chiave.

Presidi volti a tutelare l’accuratezza dei dati forniti da providers esterni

È opportuno formalizzare una policy di ESG data governance e data quality al fine di garantire la robustezza e l’integrità dei dati ottenuti dai fornitori terzi. Quale ulteriore presidio si può valutare la partecipazione degli esponenti bancari a iniziative formative organizzate dagli stessi providers. Inoltre, sarebbe opportuno individuare un organigramma aziendale che preveda una o più figure per valutare la qualità dei dati ricevuti, come un data protection officer o referenti per specifiche aree.

Adeguamento dei sistemi informatici

Sarebbe opportuno prevedere la partecipazione attiva dell'outsourcer informatico al gruppo di lavoro per implementare il piano d'azione. Si suggeriscono anche collaborazioni tra banche per potenziare la forza contrattuale e orientare i providers informatici, accelerando l'evoluzione dei sistemi e l'arricchimento del patrimonio informativo. Esempi di iniziative IT da porre in essere sono: (i) l'integrazione di fattori ESG nel Data lake e nei processi aziendali; (ii) con particolare attenzione alle soluzioni per la gestione del credito, la disponibilità online degli scores ESG, l’integrazione dei questionari qualitativi e del Climate Risk Score fornito dai data providers nelle pratiche di fido, il reperimento della certificazione energetica e delle informazioni relative al rischio fisico degli immobili posti a garanzia (preferendo tool di scoring proprietari già integrati nei sistemi informativi); (iii) adozione di soluzioni cloud per acquisire, tracciare e utilizzare i dati ESG.

Concessione del credito

Sarebbe opportuno introdurre, nelle policy creditizie, la definizione di "prestiti sostenibili" basati su criteri ambientali, sociali e di governance. Sarebbe inoltre opportuno definire liste di esclusione e limiti per settori o controparti esposte ai fattori ESG, prevedendo procedure rafforzate per le controparti più rischiose anche al fine di garantire una gestione adeguata delle tematiche ESG in base alla rilevanza delle operazioni o dei clienti.

Valutazione del credito

Si dovrebbe procedere con la mappatura del portafoglio aziendale per valutare la resilienza delle imprese al debito, considerando il rischio di transizione e il rischio fisico legato ai cambiamenti climatici. In base a scenari quali "Hot House World," "Orderly," e "Disorderly," si dovrebbe stimare il livello delle emissioni di scope 1 utilizzando medie settoriali. Si dovrebbero inoltre valutare gli impatti dei principali eventi climatici sulle imprese e sulle garanzie relative ai finanziamenti ipotecari, con progetti in corso per valutare la rischiosità del portafoglio factoring legato alla pubblica amministrazione basandosi sulla localizzazione geografica dei debitori pubblici. A livello contabile, dovrebbero essere sviluppate metodologie integrate per i fattori C&A, con analisi differenziata degli scenari di stress per paese al fine di stimare le probabilità di default.

Valutazione delle garanzie

Sarebbe opportuno adottare un framework di "collateral evaluation" che si evidenzia attraverso diverse buone prassi, come l'integrazione delle informazioni sugli immobili garantiti con gli eventi catastrofali delle polizze assicurative, il rafforzamento dei processi di perizia con elementi ESG e l'analisi di sensitività considerando i rischi C&A. Un ulteriore esempio è l'inclusione della valutazione degli ESG factors in fase di approvazione e monitoraggio del prestito, con KPI legati all'efficienza energetica e alle emissioni. In caso di superamento delle soglie previste, si dovrebbe attivare un'escalation all'Unità responsabile della sostenibilità per ulteriori controlli e un parere tecnico incluso nella pratica di fido.

Piani di continuità operativa

I piani di continuità operativa dovrebbero essere aggiornati periodicamente, attraverso l'analisi dell'esposizione ai rischi fisici come terremoti, alluvioni e altri eventi estremi. Le sedi operative dovrebbero essere georeferenziate con livelli di rischio basati su dati pubblici, estendendo le valutazioni anche ai fornitori chiave, principalmente quelli IT. Le contromisure dovrebbero includere la creazione di siti IT alternativi, soluzioni cloud e la facilitazione del lavoro remoto per dipendenti, oltre all'accesso online per clienti in caso di danneggiamenti alle sedi.

Rischio reputazionale – stakeholders engagement

Le LSI dovrebbero condurre un’indagine sulle aspettative degli stakeholders in ambito ESG e sulla percezione che questi ultimi hanno sull’attenzione ai temi di sostenibilità. Le indagini possono essere svolte mediante la somministrazione di questionari ai soci, clienti, istituzioni, fornitori, rappresentanti delle comunità in cui le banche operano maggiormente.

Rischio reputazionale – politiche di green procurement

In previsione delle future disposizioni normative, dovrebbero essere implementati processi specifici di due diligence di sostenibilità per gli stakeholders esterni, con focus sui fornitori. Questi processi dovrebbero analizzare aspetti organizzativi e documentali, come l'esistenza di politiche, procedure, responsabilità attribuite e sistemi di controllo interni, oltre all'utilizzo di materiali a basso impatto ambientale. I risultati di tali valutazioni dovrebbero essere utilizzati come base per la definizione di politiche di green procurement, finalizzate a integrare i criteri di selezione dei fornitori con valutazioni sulla loro sensibilità ai temi ESG.

Gestione del rischio di liquidità

Nel prossimo esercizio ILAAP e nell'aggiornamento del RAF aziendale ci si aspetta che siano formalizzare le seguenti buone prassi: (i) analisi quantitative di materialità tramite una mappatura geografica dei correntisti rispetto ai rischi idrogeologici; (ii) analisi di sensitivity e stress test climatici sugli indicatori regolamentari di liquidità e sulla raccolta connessi a specifici eventi di rischio fisico (es.: inondazioni), facendo riferimento, ad esempio, alle evidenze osservate in occasione di eventi sismici, alluvioni e nel periodo pandemico; (iii) stima di potenziali vulnerabilità sulle riserve di liquidità come effetto indiretto della manifestazione degli impatti dei fattori ESG sui rischi di credito, operativo – anche connesso a fenomeni di greenwashing – e di mercato; (iv) valutazione degli effetti di un limitato accesso al funding BCE collegati a una scarsa disponibilità di collaterale green adeguato, in ottica di allineamento al nuovo collateral framework annunciato dalla BCE nel luglio 2022.

 

2. Piani d’azione degli intermediari non bancari in merito all’integrazione dei rischi climatici e ambientali nei processi aziendali: principali evidenze e buone prassi.

Anche con specifico riferimento agli intermediari non bancari, le analisi hanno mostrato una generale consapevolezza della crescente rilevanza strategica ed operativa dei rischi C&A per la sostenibilità del modello di business. La maggioranza dei piani, tuttavia, presenta ampi margini di miglioramento principalmente dovuti ai seguenti motivi:

  • descrizione delle iniziative programmate eccessivamente generica, sia in termini di contenuti sia in termini di tempistiche per le implementazioni
  • mancanza di informazioni in merito alle risorse umane e agli investimenti finanziari necessari per la realizzazione del piano
  • mancato avvio delle attività previste

Si riportano di seguito, per ciascuna area individuata nelle Aspettative di vigilanza, i principali elementi di debolezza emersi dall’analisi dei piani di azione e le buone prassi suggerite dall’Autorità di Vigilanza

Elementi di debolezza

Nell’approccio alla pianificazione strategica, fatta eccezione per i gestori, i piani degli altri intermediari hanno mostrato scarsa considerazione negli interventi relativi all’offerta commerciale ESG. Inoltre, sono stati registrati ritardi nell’adozione di procedure formali per la valutazione della materialità, per lo svolgimento di analisi di contesto e per la definizione di obiettivi strategici di sostenibilità accompagnati da key performance indicators (KPI).

Buone prassi

L’Autorità di vigilanza ha particolarmente apprezzato la conduzione, da parte di diversi intermediari, di un’analisi dei principali riferimenti istituzionali e normativi, a livello nazionale e internazionale, nonché delle principali best practices di settore. Ancora una volta ha sottolineato come sia imprescindibile condurre l’analisi di materialità. Una modalità efficace di conduzione, secondo l’Autorità, si articolata nelle seguenti fasi: 1) individuzazione degli stakeholders interni ed esterni rilevanti per l’intermediario; 2) definizione dell’universo dei temi di sostenibilità potenzialmente rilevanti; 3) prioritizzazione dei temi materiali; 4) costruzione della matrice di materialità; 5) individuazione degli impatti e dei rischi significativi connessi ai temi materiali.
Di fondamentale importanza anche la pianificazione di obiettivi strategici tramite l’individuazione di target di sostenibilità misurabili: da un lato l’introduzione di indicatori finalizzati a monitorare la riduzione e l’impatto aziendale sull’ambiente; dall’altro, l’inserimento di KPI riconducibili all’offerta commerciale. È stata molto apprezzata l’adesione alla Net Zero Management Initiative (NZAMI) e la previsione di una verifica periodica volta ad accertare il grado di coerenza/allineamento della propria offerta commerciale rispetto alla Tassonomia UE. L’Autorità
suggerisce altresì di procedere alla revisione del regolamento interno in merito ai nuovi prodotti, prevedendo che il processo di approvazione degli stessi includa anche una valutazione di sostenibilità ambientale e sociale. I gestori più attenti hanno previsto l’adozione di politiche di elusione, politiche di engagement e la valutazione del profilo di sostenibilità degli investimenti, da applicarsi a tutti i fondi attivi già gestiti.

Elementi di debolezza

Le analisi hanno mostrato come solo la metà degli intermediari ha menzionato nei piani soluzioni organizzative e di processo in grado di agire positivamente sul livello di efficienza energetica, quali ad esempio la più marcata digitalizzazione dei processi (e la contestuale riduzione dei documenti cartacei) e/o l’incentivazione dello smart working e della mobilità sostenibile (es. auto aziendali ibride o elettriche).

Buone prassi

intermediari ha menzionato nei piani soluzioni organizzative e di processo in grado di agire positivamente sul livello di efficienza energetica, quali ad esempio la più marcata digitalizzazione dei processi (e la contestuale riduzione dei documenti cartacei) e/o l’incentivazione dello smart working e della mobilità sostenibile (es. auto aziendali ibride o elettriche). A prescindere dal modello organizzativo adottato (le società di grandi dimensioni hanno istituito una specifica
struttura, quelle meno complesse hanno nominato un responsabile ESG), è considerata una buona prassi l’aggiornamento della Relazione sulla struttura organizzativa conseguente alla modifica del proprio assetto organizzativo e procedurale.
I percorsi di formazione dovrebbero essere strutturati annualmente in due fasi: l’erogazione di corsi standard e generalisti per tutto il personale e corsi specifici tailor made sulle attività svolte dai singoli dipendenti. Quanto alle funzioni di controllo, è considerata buona prassi incaricare la compliance di: i) mappare la normativa di settore; ii) verificare nel continuo la conformità delle attività aziendali; iii) monitorare la discosure sui prodotti “green”; iv) svolgere controlli sulle certificazioni di sostenibilità acquisite dall’intermediari. Alla Funzione di Risk Management, invece, deve essere demandata l’attività di identificazione, misurazione e monitoraggio dei rischi C&A con l’individuazione dei loro riflessi sui rischi finanziari tradizionali. Sia la Compliance sia il Risk Management dovrebbero essere coinvolti nel comitato di sostenibilità/ESG se istituito.
Quanto all’Internal Audit, invece, lo stesso dovrebbe adottare un approccio integrato e valutare le aree di rischio ESG nel ciclo di audit ordinario, anche prevedendo audit specifici su tali tematiche.
Ancora, per quanto concerne la politica di remunerazione e incentivazione la migliore prassi è stata individuata nella possibile introduzione di bonus legati al contributo dei singoli dipendenti al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità aziendale oppure al raggiungimento di competenze professionali in materia.
Infine, per quanto riguarda le soluzioni atte a migliorare la propria efficienza energetica, sono state registrate diverse iniziative tra cui: utilizzo di energia rinnovabile, contenimento dell’uso della carta e della plastica, riciclo dei rifiuti, monitoraggio dell’emissione degli edifici aziendali, transizione verso auto ibride ed elettriche e stipula di convenzioni di car sharing o monopattini, riduzione del numero di server al fine di contenere le emissioni di CO2

Elementi di debolezza

Si tratta dell’area che, secondo l’Autorità di vigilanza, presenta i ritardi maggiori. Innanzitutto, è stato rilevato come le iniziative previste nei piani di azione siano poco dettagliate e solo un numero ridotto di tali iniziative risultano già avviate. Sono stati altresì registrati importanti ritardi nella mappatura degli eventi di rischio C&A che potrebbero manifestarsi e dei conseguenti effetti sui diversi profili di rischio prudenziali. Inoltre, le modalità di conduzione della mappatura sono spesso descritte in modo generico, limitandosi a menzionare il censimento degli impatti che i rischi in oggetto potrebbero generare sui rischi tradizionali. Ancora, è emersa un’importante debolezza relativamente alla data governance: le iniziative pianificate per valutare la qualità, l’attendibilità e l’accuratezza delle informazioni acquisite da fonti esterne sono poche e generiche.
Ancora, buona parte degli intermediari soggetti alla redazione del report ICAAP ha programmato di integrare il documento con valutazioni sui rischi C&A quali possibili drivers; tuttavia, le iniziative sono descritte in maniera generica, senza che vengano illustrati KPI. Quanto alla considerazione dei rischi climatici e ambientali come drivers dei tradizionali rischi finanziari, si registrano diversi ritardi nell’integrazione del rischio del credito, di mercato e di liquidità. Con particolare riferimento a quest’ultimo rischio, la maggior parte degli intermediari ha rappresentato l’assenza di impatti rilevanti e diretti dei fattori ESG sul rischio di liquidità, con conseguente mancata pianificazione di iniziative in tale ambito. Nei rari casi in cui sono stati previsti specifici interventi, la descrizione fornita appare generalmente poco dettagliata

Buone prassi

È opportuno formalizzare una specifica policy ovvero a inserire nelle regolamentazioni interne di Risk management le modalità di gestione dei rischi C&A e formalizzare altresì la mappatura degli eventi che potrebbero manifestarsi per effetto dei rischi C&A (fisici e di transizione). In generale, è considerata una buona prassi la conduzione di un’analisi di rischio svolta tanto sulla propria vulnerabilità quanto su quella della clientela ovvero dei patrimoni gestiti.
L’integrazione del Risk Appetite Framework (RAF)
è stata pianificata da alcuni intermediari soggetti alla relativa regolamentazione, introducendo, a scopo di monitoraggio, alcuni indicatori (ad esempio un KPI per verificare nel continuo la propria esposizione ai settori a più alto rischio ambientale, prevedendo, in caso di superamento di soglie prestabilite, di condurre specifici approfondimenti per poi intraprendere adeguate azioni di mitigazione).
Nei casi più virtuosi vengono svolti periodici controlli per garantire l’integrità dei dati nonché incontri periodici di confronto con i diversi fornitori perché questi possano adeguare l’estensione e la qualità dei dati per rispondere meglio alle esigenze dei committenti. Per quanto riguarda la gestione dei potenziali impatti dei rischi climatici sui portafogli, negli approcci più avanzati, la definizione di meccanismi di escalation contribuisce all’efficace funzionamento del sistema dei limiti.

Buone prassi

Oltre alla previsione di un aggiornamento della mappatura dei rischi ESG su base annuale, i piani più avanzati hanno
riferito anche di attività di backtesting a supporto delle valutazioni e di un aggiornamento semestrale del Piano ESG, volto a colmare eventuali lacune o ritardi nell’attuazione dello stesso.

Buone prassi

Nell’ambito della concessione del credito, gli intermediari sono tenuti a formalizzare criteri operativi di natura quali-quantitativa, in base ai quali distinguere settori di attività economica e singoli prenditori sulla base della loro esposizione ai rischi C&A (es tramite le c.d. mappe di calore). Inoltre, per i clienti associati a rischi C&A più elevati, sarà opportuno un’analisi approfondita del modello imprenditoriale avendo in considerazione impatti attuali e/o prospettici delle politiche di regolamentazione.

Buone prassi

L’integrazione dei fattori climatici e ambientali nell’ambito del rischio di mercato potrebbe comportare l’aggiornamento delle politiche di investimento, ad esempio tramite la compilazione di una lista di settori meno sostenibili, nei quali l’intermediario decide di limitare e/o ridurre l’esposizione (i.e. phasing out) sempre tenendo conto dei rischi di minore diversificazione che le strategie di esclusione portano con sé. Nell’ambito del risparmio gestito, invece, gli intermediari integrano il processo di investimento definendo i criteri per tenere conto dei rischi C&A e individuando le strategie di selezione degli investimenti più appropriate in funzione degli obiettivi di gestione perseguiti con i diversi prodotti (strategie cd. best in class, adozione di benchmark climatici, liste di esclusione di specifici emittenti/settori, ecc.).

Buone prassi

Gli intermediari dovrebbero tenere conto del possibile impatto avverso del rischio fisico sulla continuità operativa che potrebbe subire interruzioni a causa di danni materiali a immobili, filiali e centri di elaborazione dati a seguito di eventi climatici e ambientali estremi. Inoltre, l’evoluzione della sensibilità dei consumatori riguardo ai temi climatici può comportare rischi reputazionali e di responsabilità legale per gli intermediari a seguito di finanziamenti di attività controverse dal punto di vista ambientale. L’intermediario può altresì esporsi a un rischio reputazionale nel caso in cui gli stakeholder avvertano che i temi di sostenibilità sono promossi esclusivamente a fini di marketing, senza la concreta implementazione di azioni volte a sostenere la transizione ecologica.

Buone prassi

Per gli intermediari tenuti alla sua redazione, i rischi C&A dovranno essere integrati nell’ILAAP; diversamente, dovranno essere considerati nell’ICAAP o in altra analoga documentazione tra quelle incluse negli obblighi di reporting a cui lo specifico intermediario è soggetto.

Buone prassi

Gli intermediari soggetti all’ SFDR hanno per lo più già definito le procedure e realizzato le infrastrutture necessarie, in particolare aggiornando i propri siti web, la documentazione di offerta e l’informativa periodica sui prodotti. L’Autorità ha altresì apprezzato l’iniziativa di pubblicare sul sito web una relazione sintetica che illustri: i) i principi ispiratori della società e delle milestones raggiunte e previste in attuazione degli stessi; ii) i criteri di rendicontazione utilizzati per valutare l’esposizione al rischio a fattori C&A e gli indicatori di performance utilizzati per le altre questioni di sostenibilità. Altra buona prassi è l’inclusione delle valutazioni qualitative in tema ESG nell’informativa di terzo pilastro. Apprezzata è anche la redazione di un bilancio di sostenibilità, in cui tra l'altro è descritta la responsabilità ambientale dell'intermediario, anche nell’ottica di accrescere la fiducia degli stakeholders.

 

3. Impatti contabili dei rischi climatici e ricognizione delle disclosure ESG. Prime evidenze sulle banche italiane.

Nell’ambito del documento in oggetto, l’Autorità sottolinea come i fattori ESG e, nello specifico, i rischi climatici possono avere un impatto pervasivo su vari aspetti di bilancio; in particolare, per gli intermediari bancari e finanziari è ragionevole attendersi che i principali impatti siano riconducibili a tre diversi aspetti:

1) La classificazione e valutazione degli strumenti finanziari

Viene evidenziata l’evoluzione di forme di finanziamento che includono clausole legate a obiettivi di sostenibilità ambientale e come lo IASB sta rispondendo alle richieste di chiarimenti sulla valutazione di tali clausole nel contesto dell’IFRS 9. Nel marzo 2023, lo IASB ha proposto un aggiornamento al framework dell’IFRS 9, consentendo agli strumenti finanziari con caratteristiche ESG di superare il test SPPI e di essere valutati al costo ammortizzato o al fair value. La consultazione pubblica sull’Exposure Draft si è conclusa a luglio 2023 ma gli emendamenti finali non sono ancora stati pubblicati.

2) La stima delle perdite attese

I rischi climatici, sia fisici che di transizione, influenzano l’esposizione al rischio di credito degli intermediari, richiedendo modifiche ai modelli di valutazione delle perdite attese secondo l’IFRS 9. Vengono analizzate le implicazioni sui vari parametri, come la Probability of Default (PD), la Loss Given Default (LGD), e il rischio di concentrazione, nonché la necessità di incorporare forward-looking information e fare aggiustamenti ai modelli per riflettere adeguatamente gli impatti del cambiamento climatico.

3) La valutazione del fair value degli strumenti finanziari.

L’IFRS 13 richiede di considerare i rischi climatici nella stima del fair value di attività e passività, con implicazioni sulla valutazione delle partecipazioni azionarie, sul credit value adjustment (CVA) degli strumenti derivati e sulla classificazione e divulgazione di strumenti finanziari secondo la gerarchia del fair value prevista dall’IFRS 13.

Per consultare il testo integrale dei documenti pubblicati dall’Autorità, cliccare qui.

l'Autore

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Avv. Dalila Di Martino

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